Gli anni di Roman, Lo Celso e Calamaro

roman

Oggi sento il bisogno di scrivere sul mio blog. Il mio piccolo blog, con il quale ho dato inizio al flusso di inchiostro che scorre senza sosta da quel giorno di fine 2014 in cui è nato, e mi tiene vivo anche nei momenti più difficili. Raccontavo i personaggi e le squadre del calcio sudamericano con ingenuità e con un sano pizzico di approssimazione, tra sogni e tanta passione. Sorrido, pensando che in un pezzo su Dybala apostrofai Vazquez come “Muto” invece che Mudo. Una sciocchezza, a 17 anni di età, che trafigge di malinconia. Sembrano passati secoli da quando scrivevo sul mio piccolo blog, da cui il mio viscerale amore per la scrittura ha gattonato incertamente e ha ricevuto le mie continue carezze, e ora sento il bisogno di scriverci di nuovo.

Oggi, 5 marzo 2016, probabilmente ho perso la persona più importante della mia vita. Se n’è andata, ha girato i tacchi dopo cinque anni e mi ha lasciato qui in un brodo di amarezza, disperazione e neve. Tanta neve. Non so se tornerà, non credo. Mi torna alla mente Paolo Condò, che dimostrò in un magnifico articolo come le bandiere del calcio siano nel nostro cuore anche perchè legate con doppio nodo alla memoria delle vicende della nostra vita. Mi sono chiesto se lei timbrerà con un colpo deciso tutti miei ricordi e i miei affetti di questi anni di calcio, se il ricordo di Adem Ljajic, giocatore che con ogni probabilità giocherà nella mia Inter solo fino al termine di questa stagione, rimarrà slegato da quello degli occhi verdi che schivano il mio sguardo, proprio come il serbo schiva gli interventi dei difensori avversari. Mi sono chiesto se riuscirà ad andare ancora più in profondità, se riuscirà a contaminare con il suo profumo dolcissimo anche l’idolatria che in questo periodo mi lega a Juan Roman Riquelme. Quando vedo i filmati dell’enganche, quando scrivo di lui, delle sue gesta o quando provo a disegnare in punta di matita la sua psiche tanto nascosta quanto discussa, nasce dentro di me un’emozione forte e sincera. Il fatto che la maglia azul y oro che indossava negli anni in cui si lanciava brutte occhiate con il tecnico del Boca Julio Cesar Falcioni sia la stessa che ho vestito io stesso per innumerevoli dozzine di partite estive al campo, o il fatto che abbia speso (e che stia spendendo tuttora) una quantità altrettanto spropositata di ore scrivendo di lui, fa sì che questi siano inequivocabilmente i miei anni di Roman. Il punto è che c’è anche lei, che questa mattina ha sbattuto la porta e mi ha fatto guardare Riquelme con un’aria di sconsolatezza, come se oggi stesso fosse già quel futuro più o meno anteriore nel quale dirò “Ah, gli anni di Riquelme, proprio quando se n’è andata.

Sopravviverà il ricordo nitido delle parole pronunciate con timidezza da Riquelme nelle conferenze stampa che ho sviscerato, nelle quali dichiara eterno amore al Boca e ammette di sentirsi svuotato? O meglio, quel ricordo, sopravviverà nella sua indipendenza o verrà travolto da ciò che sto passando in questi minuti? Stessa sorte che temo per Giovani Lo Celso, lo splendido fantasista classe ’96 del Rosario Central, che sta esplodendo proprio in queste settimane. Una notte di metà luglio, quando tutto era ancora relativamente calmo e felice, il ragazzo ha esordito in un match contro il Velez e io, in una delle mie tante consuete noches de futbol a seguire il calcio argentino, c’ero. Un fotogramma indelebile, il fondo blu della camiseta del Canalla con al centro il 34 bianco e sotto il cognome del ragazzo. Poi scende in campo, lo vedo giocare e mi piace, con quel sinistro telecomandato. Lo rivedo in altri scampoli di gara da lui giocati, ma l’amore è stato a prima vista e non ho bisogno di sentire altro: Lo Celso diventerà grande, ne sono stato convinto fin da subito. Ora se ne stanno accorgendo in tanti, io ho avuto il privilegio di essere catturato prima di molti. Questi sono anche gli anni di Lo Celso, nella mia vita, ma mi domando se il suo numero 34 sopravviverà più a lungo delle parole che mi hanno da poco trafitto la milza come un dardo avvelenato. Mi domando se vedere il fantasista scendere in campo con la maglia di un top club europeo, come credo che avverrà, richiamerà prima il fotogramma del suo esordio, con me seduto sul letto a guardare il suo primo match, oppure questo periodo della mia vita, inevitabilmente sommerso da questo sentimento gelido.

Sono gli anni di Roman, di Lo Celso, ma anche di Andrés Calamaro, il popolare rocker argentino che da un anno ormai mi tiene compagnia nella variopinta girandola di cose, persone ed emozioni che è la vita. Ogni piccolo episodio che viviamo ha la propria canzone: come quando ascolto “Flaca” e penso al giorno che l’ho scoperto, oppure “Cuando de conocì” e “Te quiero Igual“, due canzoni magiche perché la prima non ti fa sentire in colpa di essere stato innamorato, mentre la seconda ti fa sentire in colpa di non esserlo. O orgoglioso di esserlo, dipende dai punti di vista. Penso al tango “Como dos extranos“, che quest’estate era un inno di delusione amorosa di un mio fraterno amico, e già da oggi diventa parte integrante della mia storia. Penso a Fito Paez, altro rocker, rosarino d’origine, che ha pensato bene di comporre tre canzoni (Tumbas de la Gloria, La Rueda Magica e Brillante Sobre el Mic) che riescono a suscitare in me una nostalgia inondante. Questa mattina, fresco della mia ferita, non sono riuscito ad andare oltre i primi cinquanta secondi del primo pezzo della triade. Tutto questo mi dimostra come la nostra vita sia un viaggio per mare, con noi su una piccola barca e a bordo quei proverbiali 5-6 oggetti che ti porteresti nell’altrettanto fantomatica “isola deserta”. Che siano una maglia di Riquelme, di Lo Celso o un cd di Calamaro. Le onde ci cullano finchè non giunge la tempesta e ci strapazza, ci rovina la maglietta o ci intristisce solamente, ma rimaniamo noi su quella piccola barca a cercare la felicità. Da qualche parte la troveremo, con i nostri compagni di viaggio a farci compagnia.

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Storie da Avellaneda

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Quanto odio può intercorrere tra due punti, posti a 251 m di distanza in linea d’aria? Se l’aria è quella che sovrasta la polverosa terra di Avellaneda, a sud di Buenos Aires, e i due punti in questione si chiamano rispettivamente Estadio Juan Domingo Peròn ed Estadio Libertadores de America, sicuramente in quei 251 m non corre buon sangue.

Perchè se due squadre appartengono alla stessa città, si scontrano dando vita a match spettacolari, combattuti e sentitissimi dalle tifoserie, che si esaltano per la sconfitta altrui come se si trattasse di un proprio trionfo e viceversa, si tratta di una qualsiasi rivalità sportiva, ma se i due stadi delle due squadre si guardano, allora è il Clasico de Avellaneda

LA PRIMA VOLTA- Il primo incontro fra le due squadre viene vinto dall’Independiente, che si impone sul Racing Club per 3 reti a 2. E’ il 9 giugno del 1907, l’alba di una neonata rivalità, in un contesto calcistico ancora dilettantistico: il match, valido per la terza serie argentina, stando a ciò che ci perviene dopo più di un secolo di calcio, alla vigilia sembrava dall’esito scontato. Nella gara precedente, il Racing aveva strapazzato l’Atlanta con l’indecoroso punteggio di 20-1, e tutti gli appassionati si aspettavano una carneficina anche contro l’Independiente, che, come abbiamo visto, ha saputo disattendere i pronostici.

LA MALEDIZIONE– Il fatto che i due stadi si guardino basterebbe di per sé a far vagheggiare i romantici, ma il Clasico de Avellaneda ha una storia che va ben oltre la ogni fervida fantasia. Gli anni Sessanta si aprono con uno straordinario back-to-back dell‘Independiente: per due anni di seguito, il 1964 e il 1965, i Rojos si sono aggiudicati la Copa Libertadores, imponendosi come squadra più forte del Sudamerica. Ai trionfi nel proprio continente, i ragazzi di Avellaneda hanno provato ad aggiungere anche la Coppa Intercontinentale, ma, in entrambe le edizioni disputate, hanno dovuto capitolare con onore davanti alla Grande Inter di Helenio Herrera, l’undici più forte della storia del F.C. Internazionale Milano. Dall’altra parte di Avellaneda, intanto, si stava muovendo qualcosa: con una stagione da record, con 39 partite giocate e zero sconfitte, il Racing Club si aggiudica il titolo nazionale e si qualifica per l’edizione seguente della Copa Libertadores. Con al comando giocatori del calibro di Humberto Maschio e Juan Carlos Càrdenas, l’Academia supera agilmente il primo girone, esce indenne dal secondo e punisce in finale il Nacional di Montevideo per 2 reti a 1. La gioia dei tifosi del Racing è smisurata, e smisurata è anche la speranza di spingersi dove i rivali dell’Independiente non erano ancora arrivati: sul tetto del mondo. In Coppa dei Campioni, l’Inter è caduta in finale contro il Celtic di Jock Stein, che conquista per la prima volta nella sua storia la coppa dalle grandi orecchie: la finale di Coppa Intercontinentale sarà tra Celtic e Racing Club. Si gioca in campo neutro a Montevideo; l’andata viene vinta 1-0 dai Lisbon Lions, che al ritorno si fanno raggiungere con il punteggio di 2-1. Si va allo spareggio e vincono gli Argentini con gol di Càrdenas: il Racing Club è Campione del Mondo. Forse la fazione rossa di Avellaneda aveva già intuito che i nemici avrebbero potuto vincere il trofeo tanto ambito, e a questo proposito hanno deciso di agire: nella notte precedente allo spareggio finale, un gruppo di tifosi Rojos sono entrati nella casa del nemico, el Cilindro, e hanno seppellito sotto il manto erboso i cadaveri di sette gatti neri, con intenti malauguranti. In qualunque modo ci si ponga nei confronti di presunte dimensioni magiche, gatti neri o meno, da quella notte il Racing Club non vincerà più in Argentina fino al campionato Apertura 2001, mentre in Sudamerica riuscirà a vincere solo una Copa Interamericana e una Supercopa Sudamericana. Intanto, oltre al danno, l’Independiente ordisce anche la beffa: nel corso dei decenni successivi i Rojos si imporranno prepotentemente a livello continentale, portando il conto delle Libertadores vinte a sette, e superando i rivali anche nel numero di Coppe Intercontinentali ottenute, conquistandone due. Il Racing ha anche provato a dissotterrare le carcasse dei poveri felini, ma ne hanno rinvenuta una sola: la Maldiciòn de los siete gatos negros, com’è chiamata dalle parti di Avellaneda, è un pensiero ancora presente nella testa dei tifosi del Racing, che però recentemente si sono consolati con la vittoria del Torneo de Transiciòn 2014: che la maledizione stia volgendo finalmente al termine?

HINCHAS- Racing e Independiente sono due delle cinque grandi del calcio Argentino, insieme a Boca Juniors, River Plate e San Lorenzo: da sempre Academia e Diablos Rojos esercitano un forte fascino sulla popolazione di Buenos Aires e non solo. Ad esempio, la passione per il Racing Club sembra essere strettamente collegata con un aspetto fondamentale e altamente passionale della cultura argentina: il tango. Tra i tifosi dell’Academia troviamo infatti il più grande interprete di questo genere musicale: Carlos Gardel. Lo straordinario cantante è collegato alla storia del club anche per uno strano gioco del destino: Gardel morì in Colombia, in un incidente aereo, e, nello stesso punto dove perì la leggenda del tango, 32 anni dopo ha rischiato do precipitare anche un aereo con a bordo i giocatori del Racing. Anche altri compositori di tango come Osvaldo Pugliese, Atilio Stampone e Astor Piazzolla hanno sempre tifato per il club del Cilindro. Il tango sembrerebbe essere affare dell’Academia. Un’altra leggenda che si tramanda dalle parti dell’Avellaneda albiceleste è quella riguardante John Lennon, presunto “hincha de Racing”. Per chiarire questa affascinante storia dobbiamo tornare nella notte di Montevideo, quella della Coppa Intercontinentale. Prima del match, secondo alcuni, il leader dei Beatles sarebbe stato intervistato, e, pur ammettendo di non essere interessato al football, avrebbe detto di essere tifoso dell’avversario del Celtic nella partita di Coppa, quindi il Racing. Nel caso questa storia fosse vera, possiamo ricondurre questa simpatia Academica del musicista alla rivalità tra inglesi e scozzesi, anche se immaginare un John Lennon sfegatato tifoso del Racing è una storia che, soprattutto dalle parti del Cilindro, è troppo bella per essere rovinata con la verità. Non solo musica nel DNA Racing: anche due presidenti molto influenti della storia argentina, come Juan Domingo Peròn, a cui è stato intitolato lo stadio, e Nestor Kirchner, defunto marito dell’attuale presidentessa della Nazione, erano tifosi del club albiceleste. L’Independiente, invece, vanta tra le propria fila uno dei personaggi più amati d’Argentina: Andrès Calamaro, rocker di Buenos Aires, che gode di grandissima fama all’interno dei confini nazionali ed è noto anche in Spagna per la sua militanza nei Los Rodriguez. Il cantautore, in un video risalente a diversi anni fa, canta una sua hit con il testo modificato per ineggiare all’anno d’oro del 1983, quando i Rojos vinsero il Campionato e il Racing fu retrocesso. La fede per l’Independiente unisce il grande Andrès Calamaro con un altra leggenda argentina: Javier Zanetti. Ex capitano dell’Inter, ora vice-presidente e simbolo dei nerazzurri nel mondo, da bambino viveva ad Avelllaneda e si è unito ai colori del Rey de Copas, dove ha iniziato a giocare a calcio. Poi il Banfield, l’Inter e la leggenda. Sempre legato al culto dell’Independiente è legata un’altra leggenda, che però è stata smentita dal diretto interessato: Diego Armando Maradona, il più grande giocatore della storia del calcio, sarebbe un presunto tifoso dei Rojos. Quest’ambiguità deriverebbe dal fatto che il Pibe de Oro da ragazzo avrebbe avuto come idolo ed esempio il numero 10 dell’Independiente Ricardo Bochini. El Bocha, come veniva chiamato il leggendario condottiero dell’Era d’Oro del club, era effettivamente il giocatore preferito del giovane Diego, che però è un uomo di fede Xeneize. Non ci credete? La figlia del Barrilete Cosmico ha sposato Sergio “El Kun” Aguero, il famosissimo e dirompente attaccante del Manchester City e della Selecciòn, esploso all’Independiente. Quando il genero del Kun è diventato papà del piccolo Benjamin, nonno Diego ha anche considerato il futuro da calciatore del nipotino: “Se va all’Independiente” ride “me lo taglio”. Semplicemente Diego.

Federico Raso

La Notte della Vergogna

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Sarebbe dovuta essere una notte speciale, quella della Bombonera, una di quelle notti che solo l’infuocata Doce sa offrire. All’ingresso in campo delle due squadre, gli occhi di tutto il Sudamerica, e non solo, erano sulla vulcanica cornice dello stadio del Boca, su un campo quasi totalmente ricoperto di coriandoli azul y oro e sui ventidue protagonisti del terzo Superclasico in 11 giorni. La gara del 14 maggio sarebbe dovuta essere il capitolo finale della saga, dove ci si gioca tutto in novanta minuti. Il Boca Juniors, primo in campionato, che deve rimontare lo 0-1 del Monumental e cercare a tutti i costi la qualificazione al turno successivo, per vendicare l’eliminazione nell’ultimo scontro continentale con gli eterni rivali del River Plate, attesi invece alla Bombonera, con il solo obiettivo di mantenere il vantaggio e portarsi a casa i quarti di finale di Copa Libertadores. Invece la serata ha preso una piega diversa.

Le squadre scendono in campo, schierate da Arruabarrena e Gallardo nelle migliori formazioni possibili, e prima di iniziare la battaglia finale, rendono omaggio al giovane calciatore morto dopo un violento colpo alla testa durante una partita di quarta divisione, con uno striscione che recita “Ortega Presente”. Lo striscione in campo è di tono tutt’altro che simile a un altro che appare nel cuore della Doce, che avvisa: “Si nos cagan otra vez, de la Boca no se Ba nadie”. “Se ci battono un’altra volta, dalla Boca non esce nessuno”. La tensione è ordinaria per un Superclasico, il clima infuocato pure, e questo si traduce subito in una gara agonistica e nervosa, estremamente frammentata dai fischi dell’arbitro Herrera, alla prima direzione in un Boca-River e al debutto internazionale. Si combatte duramente, gli ammoniti sono cinque, quattro Xeneizes e un Millionario, e le occasioni da gol sono poche. Il Boca, con la necessità impellente di andare in gol, non riesce a costruire, e il River a tratti prende campo insistentemente. Tutto questo mentre la Bombonera è infestata dall’alto da un drone, da cui si cala “el fantasma de la B”. Il primo tempo si chiude così, e così si chiude anche la partita.

Nell’intervallo del match, l’inizio della fine. Nel tunnel che porta agli spogliatoi si forma un ingorgo, i giocatori del River si lamentano, alcuni di essi in precarie condizioni fisiche, confusi e con la camiseta sporca. Vangioni esce dal tunnel e rimette, el Pity Martinez boccheggia, il capitano, Leo Ponzio piange, con lui Kranevitter e Funes Mori. Carlos Sanchez spiega ai bordocampisti, accorsi per capire la situazione, che sono stai vittima di un attentato, e le immagini lo dimostrano. Alcuni violenti tifosi del Boca hanno attirato nel tunnel i giocatori del River con una trappola, hanno aperto con un saldatore la rete che lo separa dalla tribuna, e hanno gettato sui rivali degli ordigni urticanti al peperoncino e dei lacrimogeni. I giocatori sono visibilmente atterriti, e in più sono rimasti danneggiati fisicamente. La situazione degenera ulteriormente quando il presidente del River D’Onofrio scende in campo e intima ai suoi di non schierarsi per il secondo tempo, ma un indemoniato Arruabarrena gli salta addosso, pretendendo di continuare la partita anche in queste condizioni. I giocatori del Boca sono schierati sul terreno di gioco, perchè dall’arbitro non arrivano decisioni ufficiali e questo surreale spettacolo prosegue, con conciliaboli improvvisati, confusione e il rumore incalzante dei tamburi della Bombonera, che scandisce questo impresentabile scenario, come se la partita non fosse mai finita. Intanto, i quattro giocatori colpiti dagli ordigni sono rientrati negli spogliatoi e per essere medicati: sotto le maglie, mostrano forti irritazioni, che si scopriranno essere ustioni di primo grado. Le scene sono impietose: restano seduti, visibilmente spaventati, con asciugamani bagnati sulla testa. Nel frattempo Gallardo viene intervistato sul campo: el Muneco si lamenta e definisce incredibile quanto accaduto, perchè le condizioni dei giocatori sono sotto gli occhi di tutti e si sta ancora aspettando una decisione. La situazione si smuove ulteriormente quando il medico della CONMEBOL comunica ufficialmente che quattro giocatori del River, Ponzio, Kranevitter, Funes Mori e Vangioni non sono in condizione di continuare la gara. Gallardo dovrebbe spendere tre cambi e giocare comunque in dieci. Intanto, il delegato della CONMEBOL inizia a comunicare con il suo presidente, Figuereido, ma la sensazione è che si stia cercando di temporeggiare, in modo da disporre le adeguate forze per consentire l’uscita dalla Bombonera delle squadre, perchè è evidente che una gara non possa continuare in queste condizioni. Tutto lo stadio è in attesa di una decisione definitiva, anche l’arbitro Herrera conferma che è questione di pochi minuti e si saprà di più.

Nel giro poco tempo lo speaker della Bombonera annuncia la sospensione ufficiale della gara per volere della CONMEBOL, ponendo fine nel modo più ragionevole alla serata più folle e insensata nella storia della Copa Libertadores. Cosa accadrà della gara non è ancora certo: c’è chi si aspetta l’eliminazione a tavolino del Boca Juniors, oppure il recupero del secondo tempo, probabilmente di domenica e sicuramente a porte chiuse. Qualsiasi cosa decida il consiglio della CONMEBOL riunito oggi ad Asunciòn, in Paraguay, il calcio ha perso sul campo: per l’ennesima volta in Sudamerica, lo splendido spettacolo del fùtbol, bello e incontaminato come in nessun altro luogo al mondo, è stato corrotto dalla violenza e quell’enorme calice di passione, sempre pieno fino all’orlo, si è rovesciato, dando vita alla notte più assurda che ci si poteva immaginare, la notte della vergogna.

 

Nel cuore della Revoluciòn de Mayo

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Siamo nel cuore della Revoluciòn de Mayo. Se, nell’uragano emotivo che comporta un tris di Superclasicos in dieci giorni, ci è dato fermarci e pensare, questo è il momento per farlo. Due terzi della guerra tra Boca Juniors e River Plate sono ormai alle spalle, ma siamo in attesa della battaglia finale.

UNA FAVOLA CHE VALE TRE PUNTI – Sulla carta doveva essere il Superclasico meno determinante dei tre, ma il destino non permetterà mai che Xeneizes e Millionarios non si sfidino in un contesto drammatico. Dopo la nona di campionato, in testa alla classifica vi è un insolito quartetto: Boca, River, San Lorenzo e Rosario Central, tutte appaiate a 21 punti. La decima giornata, che precede il match, vede cadere il Ciclòn sul campo dell’Aldosivi, e la Canalla pareggiare contro l’Estudiantes, con Boca e River impegnate in un suggestivo ibrido tra Superclasico e Clasico del Sur: i primi contro il Lanus, i secondi contro il Banfield. Gli uomini di Arruabarrena espugnano la Fortaleza per 1-3, mentre al Monumental è Cavenaghi-show, con gol di tacco dell’ex Villarreal e punteggio finale di 4-1 per la formazione di Gallardo. A sette giorni dal Superclasico, la classifica del Torneo Julio Grondona vede proprio gli eterni rivali condividere il primo posto, a 24 punti. La doppia sfida in Copa Libertadores è la priorità assoluta per entrambe le squadre, ma allungare di tre punti sulla diretta concorrente per la corsa al titolo nazionale è un’occasione che le due squadre non vogliono farsi scappare. 3 Maggio 2015: primo capitolo della Revoluciòn de Mayo. Alla Bombonera, el Vasco Arruabarrena schiera i suoi con il consueto 4-3-3, costruito su un tridente altamente competitivo: Chàvez e Carrizo con Osvaldo punta di diamante. A centrocampo preferisce Meli a Perez e risparmia Gago, giocandosi la carta Cubas. In difesa Burdisso e Monzòn fanno riprendere fiato a Torsiglieri e Colazo. Sul fronte River, Gallardo propone un 4-4-2 con Teo Gutierrez e Mora in attacco, aiutati da Driussi sulla fascia. Fuori Cavenaghi e la stellina dei Millionarios, el Pity Martinez. La gara, sotto lo sguardo febbrile della Bombonera, inizia a ritmo sostenuto, con un Boca  subito pericoloso: Osvaldo fa tremare Barovero con un tiro al volo che centra il palo, e Chàvez fallisce una nitida palla gol in area. Il River risponde con il secondo legno del match, una traversa su un gran tiro di prima di Carlos Sanchez, che fa saltare sulla sedia i tifosi Xeneizes. Nella seconda metà della gara inizia la partita a scacchi tra i due tecnici: Arruabarrena crea densità a centrocampo sostuitendo Chàvez, decisamente poco lucido dopo la palla gol fallita, con il Pintita Gago, spostando Lodeiro nella sua posizione naturale di numero 10 dietro le punte, e rinfresca il fronte offensivo con il giovanissimo Pavòn, al posto di Carrizo. Gallardo risponde con un doppio cambio: fuori Teo Gutierrez e Driussi, dentro Cavenaghi e Martinez. Il Boca trova maggior stabilità e cala l’ultimo asso nella manica del Vasco per provare a far saltare il banco in un Superclasico che sembra destinato a finire a reti bianche: Pablo Perez al posto di Marcelo Meli. L’alchimia Xeneize funziona e all’84’ minuto arriva la svolta: Osvaldo mette un pallone in mezzo dal lato destro, in due la toccano ma non la indirizzano verso lo specchio, e quando scivola sul versante opposto dell’area, sbuca proprio il baby-crack Pavòn, che con un destro preciso e potente fredda Barovero sul suo palo. Uno a zero Boca, come nella migliore delle favole. Riprendere una partita del genere nel finale è un’impresa abnorme per un River che non regge e prende il secondo gol da Pablo Perez, sugli sviluppi di un’azione benedetta da un suo stesso colpo di tacco. Delirio Azul y Oro, il Superclasico di campionato va al Boca Juniors, che con una sceneggiatura drammatica e fiabesca ,sconfigge i rivali e si guadagna il primo posto solitario a più 3 dal River Plate, mentre i riflettori sono tutti sul predestinato Cristian Pavòn, classe ’96, già decisivo la settimana precedente con il Lanùs, ora è l’eroe della Bombonera, dopo la partita più importante di una carriera destinata a decollare.

IL RIVER NON PERDONA – In casa River Plate non c’è il tempo materiale per l’autocommiserazione: perso il Superclasico di campionato, c’è subito la possibilità di rifarsi sul palcoscenico continentale della Copa Libertadores. Non è certo un mistero, i due tecnici hanno come priorità vincere la doppia sfida ed eliminare i rivali in un ottavo di finale all’insegna della rivincita. Rivincita River, perchè i Millionarios sono freschi di batosta in campionato alla Bombonera, ma soprattutto rivincita Boca, perchè nelle semifinali della scorsa Copa Sudamericana, l’umiliazione di uscire in un Superclasico è toccata agli Xeneizes (“BaroveroPisculichi” basta per rievocare incubi ai tifosi del Boca). Per l’andata del Monumental, Arruabarrena ripropone lo stesso modulo che ha cambiato la partita della Bombonera: 4-3-1-2 con Lodeiro alle spalle dell’eroe Pavòn, questa volta titolare, e di Jonathan Calleri, punta classe ’93, osservato speciale del Palermo. Panchina per Osvaldo, che fa compagnia a Marcelo Meli, rimpiazzato dall’altro uomo partita di campionato, Pablo Perez. Dentro anche Gago dall’inizio. Gallardo invece inserisce Funes Mori e dà fiducia a Gutierrez, Mora e Driussi. Novità Leo Ponzio in mezzo al campo al posto di Rojas. Altra panchina per Gonzalo Martinez. Il match non si sviluppa su ritmi frenetici, mantiene un’andatura sonnecchiante e non dà spazio allo spettacolo, sovrastato dalla grinta dei giocatori. Alla mezz’ora il Boca perde uno dei suoi protagonisti: el Cata Diaz deve lasciare il campo per infortunio, al suo posto Guillermo Burdisso. Allo scoccare del 46′ minuto, dopo il recupero concesso dall’arbitro Delfino, le squadre rientrano negli spogliatoi, dopo una prima frazione davvero povera di spettacolo, in cui il River si è fatto vedere in avanti più di un insufficiente Boca. Rodolfo Arruabarrena dev’essersi fatto sentire negli spogliatoi, perchè proprio al primo minuto della seconda metà di gioco, gli Xeneizes partono in quarta e si presentano subito alla porta di Marcelo Barovero con il loro puntero Calleri, che però non riesce a concretizzare la palla gol. La gara pare accendersi e il River ha l’occasione di portarsi in vantaggio con Carlos Sanchez, pescato in posizione pericolosa, che però strozza troppo il tiro d’esterno e non impegna Oriòn.  A venti minuti dal termine, Gallardo decide di dare nuova linfa al suo River, e si gioca in pochi minuti due cambi: Driussi lascia il posto a Martinez e Ponzio a Mayada. El Pity, il fantasista che porta la Diez della Banda sulle spalle, accende il gioco nella metà campo del Boca fino a guadagnarsi un calcio di rigore: Marìn lo colpisce da terra per rimediare a un errore di Gago che ha fatto partire l’azione dei Millionarios: il direttore di gara assegna così il penalty al minuto 80′. Dal dischetto va Carlos Sanchez, l’esterno uruguayo, che spiazza Oriòn e si lascia andare a un’esultanza scatenata con i suoi compagni, dopo una corsa liberatoria mostrando il logo del Club Atletico River Plate che porta orgogliosamente sul petto, tutto sotto le migliaia di occhi estasiati del Monumental: River Plate 1 Boca Juniors 0. Il colpo basso della Banda non fa calare il sipario su un Superclasico che emotivamente si accende al massimo: Pablo Perez sputa in modo vigliacco addosso al Pity Martinez, compiendo un gesto che, oltre a una squalifica, meriterebbe una denuncia dell’UNESCO. Anche Teofilo Gutierrez gioca col fuoco, ma rimane scottato: fallo violento ai danni di Burdisso e rosso diretto per un giocatore che non ha mai brillato nei Superclasicos. A tre minuti dal termine el Vasco si gioca la carta Osvaldo, che entra al posto di Calleri. Il Boca si riversa in avanti, ma non riesce a segnare un preziosissimo gol fuori casa, che avrebbe ribaltato le premesse per la gara di ritorno. Dopo 5 minuti di recupero termina una gara nervosa e snervante, con sette cartellini gialli, un rosso e molti alti colpi proibiti,  conquistata dai padroni di casa, che hanno dimostato di più degli Xeneizes.

TUTTO SUL PIATTO – Dopo l’1-0 del Monumental, Boca e River si giocheranno il passaggio del turno nei 90′ minuti più infuocati della stagione. Per Arruabarrena sarà all-in: dalla lista dei convocati per il match di campionato del week-end contro l’Independiente si nota che le attenzioni del Vasco sono tutte per il partidazo di giovedì. Tra i giocatori più utlizzati in stagione, compaiono solo Monzòn, Burdisso, Marìn, Meli, Chavez e Calleri: per il resto tante riserve e tanti giovani (tra cui anche il talentino Guido Vadalà). Anche gli infortuni incideranno sulle scelte del tecnico: Oriòn ha un fastidio al gluteo, contro i Rojos giocherà Tripodi, per preservare anche l’arquero di riserva Sara, in vista di un eventuale forfait del portierone Xeneize per il Superclasico. El Cata Diaz invece subirà un’infiltrazione per poter guidare la difesa nella bolgia di giovedì sera. Mancherà, sempre per infortunio, il giovane Cubas.  Gallardo, invece, dovrà fare a meno di Teofilo Gutierrez, espulso nel finale della gara di andata. Lecito aspettarsi qualche avvicendamento anche nella formazione della Banda, che dovrà affrontare in campionato il Racing Club. La notte della Bombonera si preannuncia esplosiva: il Boca cercherà di fare la partita e di rimontare il gol subito nella tana dei Millionarios, che potranno godere del beneficio di eventuali gol in trasferta, ma che dovranno resistere al muro azul y oro, l’uomo in più di cui avrà bisogno Arruabarrena per cercare l’impresa più importante della stagione e dare una svolta alla storia recente del Boca Juniors.

Mancano pochi giorni, il tempo passa lentamente, e a Buenos Aires ci si prepara alla battaglia finale. Contempliamo questa quiete prima della tempesta, perchè tra poco sarà ancora Superclasico.

Renè Higuita, la Follia che non si dimentica

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Un giocatore, per passare alla storia del calcio e rendere il proprio nome indelebile agli occhi dei tifosi di una Nazione, deve imboccare una tra le due strade di un bivio. La prima è la predestinazione: essere dei campioni assoluti. Gente come Maradona, Pelè, Cruijff, dei fenomeni che nella storia di un popolo passano una volta ogni cent’anni, e quando passano tutto ciò che verrà dopo non sarà più come prima. L’immortalità richiede anche una discreta fortuna alla lotteria genetica, ma per chi avesse mancato il suo appuntamento col destino, esiste una seconda strada: la follia.

Rompere gli schemi, andare contro ogni legge, che sia calcistica, morale o talvolta anche giudiziaria, vivere la propria carriera tutta d’un fiato, facendo ciò che nessuno aveva fatto prima, non perchè nessuno ne fosse capace, ma perchè nessuno ne aveva avuto il coraggio. Perchè una nazione ha bisogno di un’icona. Perchè chiunque vuole vedere il proprio lato oltraggioso, anticonformista, o semplicemente folle rispecchiato in un idolo. Perchè se sei alto un metro e settantadue, fai il portiere, ma sei sempre fuori area a dribblare attaccanti avversari e a ingannarli facendoti passare il pallone sopra quell’enorne massa di capelli neri che hai in testa, allora la Colombia non può che ergerti a icona nazionale. Questa è la storia di Renè Higuita.

Tutto comincia in una Colombia di metà anni Sessanta, a Medellin, quando Marìa Dioselina Higuita mette al mondo il piccolo Renè. La situazione non è per nulla facile: il bimbo, senza un padre, dopo pochi anni perde anche la madre e verrà cresciuto dalla nonna. In più, non c’è un soldo in cassa e Renè trascorre l’infanzia vendendo giornali, per portare a casa qualche peso in più, e giocando a calcio. Già, perchè, come in ogni storia sudamericana che si rispetti, un bimbo povero ha la pelota come migliore amica.

E’ un attaccante, e pure bravo: la sua scuola organizza un torneo per mettere in mostra i ragazzini più promettenti davanti agli osservatori dell’Independiente Medellin, ed è l’attaccante titolare della sua squadra, ma quando il portiere si infortuna, tocca proprio al piccolo Renè entrare tra i pali a sostituirlo. L’impatto è devastante: da quel giorno in avanti Higuita sarà un portiere.

La varopinta carriera dell’arquero colombiano inizia nel 1985, nel Millionarios, dove resta per un anno prima di tornare nella sua Medellin, all’Atletico Nacional. Che Higuita non sia un portiere come gli altri, lo si è capito guardandolo: 1.72 m, altezza quantomeno inusuale per un portiere, che però passa totalmente in secondo piano vedendolo in azione. Il suo dovere tra i pali lo svolge adeguatamente, come tanti altri ottimi portieri, ma tutto il resto sarà ciò che lo renderà unico. I portieri ordinari escono dall’area piccola e bloccano la palla? Higuita esce dall’area di rigore, salta secco un attaccante con un colpo di testa, controlla la palla di petto, si spinge ancora qualche metro più in alto e serve un compagno. I colleghi parano i calci di punizione? Troppo passivo per lui, che li va a calciare e li trasforma in gol. Un portiere goleador, l’ossimoro del calcio inteso nella sua forma più ordinaria e comune, l’aspetto più ordinario e comune per il calcio inteso nella forma di Renè Higuita. Questo rivoluzionario stile di gioco presenta sicuramente dei rischi, ma non è follia fine a sè stessa: l’allenatore dell’Atletico Nacional è Francisco Maturana, che ritroveremo più avanti sulla panchina della Selecion colombiana. Maturana capisce Higuita e lo rende un giocatore di alto livello, nel modo in cui un grande tecnico gestisce un grande folle. Per prima cosa lo responsabilizza: per Pacho un portiere così audace dà sicurezza alla sua difesa, quindi lo investe moralmente a leader in campo. Inoltre per lo stile di gioco di Maturana, che prevede una linea difensiva tendenzialmente alta e un intenso possesso palla, avere l’estremo difensore tanto abile tecnicamente è l’ideale per impostare l’azione dal basso e coprire la zona della propria trequarti.

Il lavoro di Maturana dà i suoi frutti e nel 1989 l’Atletico Nacional si rende protagonista di una memorabile cavalcata in Copa Libertadores, fino alla vittoria ai rigori in finale contro i paraguayani dell’Olimpia Asunciòn. Ovviamente è Higuita-show, con il portiere che non solo para quattro tiri dal dischetto, ma ne realizza anche uno. Pacho Maturana e il Loco Higuita entrano nella storia dell’Atletico Nacional, ma anche del calcio colombiano: per la prima volta un club Cafetero si aggiudica la Copa Libertadores.

Intanto un nuovo decennio è alle porte e il calcio colombiano si prepara a un appuntamento che non può fallire: dopo 28 anni dall’ultima apparizione, la seleccion Cafetera partecipa ai Mondiali di Calcio. Il CT è Maturana, che, sulla base del suo Atletico Nacional, ha costruito una Nazionale in grado di strappare un biglietto per Italia ’90: Andrès Escobar, Luis Carlos Perea, Albeiro Usuriaga, Norberto Molina, tutti uomini che Pacho ha splendidamente educato al proprio credo calcistico. La squadra si schiera con un 4-2-2-2 che sa tanto di Terzo Millennio, basato sulla difesa a zona e sul possesso palla prolungato, quasi esasperato (aspetto particolarmente vincente negli ultimi anni). La creatura di Maturana vive di armonia, strategia e lavoro corale, ma nelle due metà campo spiccano due padroni assoluti del gioco: davanti c’è el Pibe, Carlos Valderrama, il numero dieci che dipinge ogni attacco Cafetero con la sua fantasia, mentre dietro è il parco giochi del Loco.

Higuita si esalta e mette in mostra il repertorio in una fase a gironi che la Colombia riesce a superare per la prima volta nella sua storia ai Mondiali. Il traguardo è di per sè storico, ma agli ottavi ad attendere i Cafeteros c’è il Camerun di Roger Milla. La gara termina in parità dopo 90 minuti, ai supplementari i Leoni si portano in vantaggio e a poco dal termine Higuita, in uno dei suoi classici possessi fuori dai pali, perde palla e viene punito dall’uomo simbolo della selezione africana, lo stesso Milla. Uscire in questo modo fa male, ma il calcio, che per natura è folle, può dar vita anche a delusioni simili quando ha a che fare con un Loco come Higuita.

Smaltita la delusione del post-Camerun, il Mondiale ha portato dei frutti a tutti. In primo luogo alla Colombia, che grazie alla rivoluzione tattica del Pacho e a una generazione di grandi talenti, si proietta in una nuova dimensione, quella di grande potenza del calcio Sudamericano, eredità che è giunta fino ad oggi a questo florido movimento calcistico. In secondo luogo a Maturana, che l’anno seguente riceve le chiavi della panchina del Valladolid, e  alle due stelle della sua Colombia, Higuita e Valderrama, che lo seguono in Spagna. L’avventura iberica del Loco è piuttosto infruttuosa e decide di tornare all’Atletico Nacional, dove vincerà ben presto un titolo nazionale.

Se in Sudamerica ti guadagni l’apodo di Loco, evidentemente la tua follia non si limita al campo. La Colombia degli anni ’90, nonostante il fermento del suo movimento calcistico, deve fronteggiare una piaga, quella del narcotraffico, e il signore assoluto dei narcos è Pablo Escobàr, del cartello Medellin. Nel 1991 Higuita, che si dichiara pubblicamente amico del narcotrafficante, va a fargli visita in carcere, attirando su di sè gli occhi dell’opinione pubblica, tanto che diversi anni dopo, all’aeroporto di Bogotà, arriverà alle mani con un giornalista che lo interrogherà sulla vicenda. Ma non finisce qui: nel 1993 el Loco finirà ancora nei guai per aver fatto da mediatore nelle trattative per la liberazione della figlia di un amico, tra l’altro amico anche di Escobàr, rapita dai narcos. Le leggi Colombiane impediscono questo genere di trattative senza avvisare la polizia, e il Loco viene arrestato e condannato a sette mesi di carcere. Proprio a causa di questa squalifica sarà costretto a saltare il Mondiale di USA94, per il quale Maturana aveva ripreso le redini della Selecion Cafetera.

Contro ogni regola e contro ogni legge, questo è Renè Higuita. La sua avventura all’Atletico Nacional dura fino a 1997, anno in cui vince la sua seconda Copa Interamericana e si trasferisce al Tiburones di Veracruz, in Messico. Dopo gli Squali, per lui un ritorno in Colombia, prima ai rivali dell’Independiente Medellin, poi al Cartagena e allo Junior. E ancora, un’avventura a Panama, al Chorrillo FC, di nuovo Colombia al Bajo Cauca, e poi in Ecuador, all’Aucas, dove viene trovato positivo alla cocaina e squalificato. Tre anni dopo, nel 2007, gioca anche in Venezuela al Guaros FC, e chiude in Colombia, prima al Leones e infine al Deportivo Pereira.

In Nazionale chiuderà molto prima, nel 1999, quattro anni dopo aver lasciato al mondo l’eredità più tangibile e sensazionale della sua follia tecnica: el Escorpión, sicuramente la cosa più straordinaria mai vista fare da un portiere nella storia del calcio. Nel 1995, contro l’Inghilterra, Jamie Redknapp calcia in porta con un pallonetto e Higuita si lascia passare la palla oltre la testa, si tuffa e la colpisce di suola con entrambe le scarpe. Nello stadio di Wembley, simbolo della grandezza della nazione che ha inventato il calcio, questo ribaldo sudamericano dimostra che i latini lo hanno notevolmente migliorato. Più volte in carriera Higuita riproporrà questa sintesi di una filosofia alternativa di calcio, l’ultima volta nel suo ultimo anno di attività, nel Deportivo Pereira, all’età di 42 anni.

Il 24 gennaio 2010, quando allo stadio Atanasio Girardot di Medellìn, darà l’addio al mondo che ha colorato e reso entusiasmante con la sua follia, quello del calcio, dirà “Yo soy un pobre pecador” (Io sono un povero peccatore). Di errori, dentro e fuori dal campo, il Loco ne ha sicuramente commessi, ma la sua follia lo ha reso ciò che è stato, ovvero la perfetta icona della sua Colombia. Un uomo generoso, che non ha mai avuto paura di niente, che si trattasse di dribblare un centrocampista avversario sulla propria trequarti o di trattare con i malavitosi colombiani per liberare un ostaggio. Renè Higuita lascia il calcio con 55 gol segnati in carriera, una splendida parata volante e la consapevolezza di averlo migliorato con il dono che solo un povero peccatore può portare: la follia.

PSG: il Destino ti ha chiamato, ora devi fare la storia.

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E’ il disegno di un’ente superiore. Non solo la splendida, stralunata giostra di eventi che ha illuminato la notte dello Stamford Bridge, ma il Calcio. Nel momento in cui una squadra che da anni è attesa al varco dall’intero calcio Europeo, perde dopo mezz’ora l’uomo che avrebbe dovuto guidarla nell’impresa più grande, eliminare il Chelsea di José Mourinho, e zittire chi a sua volta lo attende al varco, la storia sembra inevitabilmente segnata. E invece il PSG non è disperso, non si è lasciato intimorire e ha messo tutto sul piatto, con razionale disperazione, difendendosi in inferiorità numerica e giocando di ripartenza. Non si è lasciato abbattere nè dal gol di Cahill, che a dieci minuti dal termine suonava come una sentenza, nè dalla follia di Thiago Silva, che ha regalato il vantaggio al Chelsea mandando Hazard dal dischetto dopo un fallo di mano. Ha reagito con due gol, con due stacchi imperiosi di David Luiz e dello stesso Thiago Silva,  simbolicamente la nuova ascesa verso l’alto dei due centrali della Nazionale Brasiliana, reduci dalla disfatta mondiale. Ora cambia tutto: vincere la doppia sfida con i campioni in carica dopo 120 minuti folli e magnifici proietta il PSG verso una nuova chance di diventare grandi, un’opportunità che, mentre Kuipers sventolava il cartellino rosso in faccia a Zlatan Ibrahimovic, nessuno pensava ci sarebbe stata. Provare l’assalto alla Champions League è un obbligo per gli uomini di Blanc. A bocce ferme i parigini sono dietro almeno Bayern di Guardiola (che in contemporanea ne rifila sette allo Shakhtar Donetsk), e a Barcellona e Real Madrid, ma si sa, in Coppa è tutta un’altra storia, e la stessa determinazione e organizzazione che il PSG ha dimostrato contro gli uomini di Mourinho può fare la differenza anche contro avversari tecnicamente più forti (Simeone insegna). E gli uomini per provarci ci sono: primo su tutti il capitano, Thiago Silva, protagonista di un disegno ultraterreno, che lo vede prima illudere e poi punire la folla di Stamford Bridge. Dopo l’umiliazione mondiale del suo Brasile, con la successiva perdita della fascia da capitano della Seleçao, quello che è tuttora il difensore più forte al mondo deve completare quadratura del cerchio della sua carriera di campione. Poi c’è il folle, l’uomo che non avrà mai un’etichetta condivisa da tutti su di sè: David Luiz. E’ la moneta per aria che tutti aspettano col fiato sospeso: se esce testa la usa per gestire il suo grande talento, se esce croce la diventa per la sua squadra, che patisce le sue lacune tattiche. In mezzo la Bellezza del Calcio, gentilmente offerta da Javier Pastore, e la predestinazione di Marco Verratti, giovane maestro di praticità, estremamente geniale e inaspettatamente concreto. In attacco, aspettando l’infortunato Lucas Moura, il peso dell’attacco è tutto sulle spalle di Edinson Cavani, che dovrà mettere anima e goal anche al posto di Zlatan Ibrahimovic. Il fenomeno del PSG, ingiustamente espulso da Kuipers, probabilmente salterà sia l’andata che il ritorno dei quarti di finale, rischiando di bruciare un altro anno nella corsa di Zlatan alla consacrazione definitiva nella massima competizione europea. Le stelle, più elementi tattici importanti come Matuidi e Maxwell, possono ancora far sperare i tifosi in un’ulteriore impresa, perchè dopo Londra è lecito sognare. Nella storia di una squadra arriva sempre il momento in cui il Destino ti manda un chiaro segnale, e diventa il momento di fare la storia. L’impresa contro il Chelsea di Mourinho è uno sparti-acque, sicuramente nella stagione, probabilmente nella storia del Paris Saint-Germain: è questo il momento in cui gli uomini di Al-Khelaifi devono scrollarsi di dosso le scomode etichette di perdenti di lusso, di singoli campioni senza affiatamento, di eterni aspiranti alla gloria, per entrare finalmente nell’Olimpo del calcio e di portare ai colori del Club la nobiltà calcistica che nessun miliardario può comprare. Al Parco dei Principi, hanno già iniziato a sognare.

Gregoire Defrel, tutti gli occhi sulla stella di Meudon

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A Meudon, comune nella regione della IledeFrance, a sud-ovest della capitale, se ne intendono di stelle. La città ospita un importante osservatorio astronomico, che fa capo all’Osservatorio di Parigi, centro nevralgico in materia di astronomia, i grandi occhi della Francia puntati al cielo. Ma spesso, ciò che cerchiamo si trova sempre nei posti più scontati e vicini a noi, e non è un caso se, mentre Meudon perlustrava le galassie, una piccola stella nasceva sul suolo, a contatto con la terra e con l’erba: la storia di Gregoire Defrel parte da qui.

Nato nel 1991, il giovane Gregoire inizia a giocare a calcio piuttosto tardi, ma ci mette poco a recuperare il tempo perso: gioca per il piccolo Chatillon e un suo amico, un giovane attaccante, meudonnais di nascita ma senegalese d’origine, Souleymane Doukara, presenta il ragazzo al suo agente. Doukara ha giocato nello Chatillon, poi si è trasferito in alcuni piccoli club parigini prima di essere comprato dal Rovigo Calcio, ma il futuro ha in serbo una bella favola anche per lui: passerà dalla Vibonese, in quarta serie, al Catania, e ora è in prestito al Leeds United.

Ma torniamo alla nostra storia: viene organizzata una gara tra i giovani più promettenti della periferia francese a cui Defrel partecipa. Greg è un attaccante agile, ha grandi guizzi e tra i pari età si fa notare immediatamente, tanto che il Parma decide di osservarlo più da vicino e di offrigli un contratto per giocare nella Primavera. E’ il 2010 e nel finale di stagione, contro il Cagliari, fa addirittura il suo esordio in Serie A, subentrando a Modesto all’81’ minuto di gioco. L’anno successivo viene prestato in Lega Pro, al Foggia, forse nella stagione sbagliata: nel 2011 i rossoneri sono diventati orfani di Zdenek Zeman, che nell’annata precedente aveva creato un giocattolo molto interessante, con due autentiche gemme nel tridente, Sau e Insigne. E’ suggestivo immaginare cosa sarebbe successo con anche Defrel in quel trio d’attacco, ma boemo o meno, Gregoire gioca 23 gare e segna 4 gol. Tutto sommato un buon campionato.

Terminato il prestito, Defrel torna a Collecchio, portando con sè dalla Puglia un rinnovato bagaglio d’esperienza. Ma la svolta è dietro l’angolo: il Parma vuole Marco Parolo, lo scatenato centrocampista del Cesena, che si è messo in luce con grandi prestazioni nonostante la retrocessione dei romagnoli. Nell’affare rientra anche metà del cartellino di Defrel, che rifà la valigia e si rimette in viaggio, questa volta per una destinazione più vicina. I bianconeri sono la destinazione adatta per un ragazzo di talento che deve rimettersi in luce: squadra fresca di retrocessione con necessità di ricostruire l’organico per la categoria e in cerca di giocatori giovani e di qualità. La prima stagione in Serie B di Defrel è sempre positiva, con tre reti segnate in trenta presenze, delineando sempre più il profilo di un attaccante che ama spaziare, con tendenze all’assist e alle giocate di qualità più che alla stretta sfera realizzativa. L’anno successivo resta al Manuzzi e replica l’ottima annata, mettendo a referto 3 gol in 38 presenze in campionato e un gol pesantissimo nella finale playoff contro il Latina. Il Cesena è in Serie A.

La stagione 2014-15 è la prova del nove. Dopo ottime prestazioni in Lega Pro e Serie B, a Gregoire Defrel non resta altro che giocarsi le proprie carte in Serie A e cercare di dimostrare il proprio valore. La rosa dei romagnoli per la Serie A lascia subito presagire che la lotta salvezza sarebbe stata ardua e non molto più tardi anche la classifica si rivela dello stesso parere: Cesena nelle zone basse e necessità di uscire al più presto dalle sabbie mobili. Nella complicata situazione generale, Defrel inizia a segnare: è il 20 settembre quando il ragazzo con la 92 sulle spalle infila Sepe nel pari contro l’Empoli, si ripete contro il Verona e ne insacca due anche contro l’Atalanta. I gol del francese non solo sono importanti, ma bellissimi: salta sempre l’uomo con facilità prima di depositare la palla in rete, spesso con bei tiri a giro e colpi di precisione che il suo sinistro educatissimo gli consente di sfoggiare. Dopo un mercato di gennaio in cui, stando alle parole del DS Foschi, il Cesena ha rifiutato offerte da tanti club di Serie A per la stella dei romagnoli, Defrel segna anche alla Lazio e diventa di diritto uno dei personaggi rivelazione del calcio italiano, e tutti gli occhi sono puntati su di lui, senza bisogno di guardare in cielo. Seconda punta nel 4-3-1-2, si ritrova affiancato da attaccanti possenti, prima Hugo Almeida, poi Djuric, dalle cui sponde può trovare la giocata vincente. Attaccante rapido, dallo scatto fulminante, fa del dribbling una delle proprie armi migliori, che sfoggia prima di servire i compagni zona gol. Rispetto alle ultime stagioni in B, Defrel sta moltiplicando la cifra sotto la voce “goal“, che in passato non è mai lievitata più di tanto. Dopo una ventina di gare ha già battuto il record di reti segnate in campionato da quando gioca in Italia. Il suo mancino ha fatto qualche vittima tra i portieri di Serie A, e in una situazione critica, al penultimo posto, l’impressione è che le speranze (a dire il vero, non moltissime) del Cesena di restare nella massima serie siano prevalentemente tra i piedi di questo ragazzo della periferia parigina. A Meudon guardano le stelle, ma ora è una stella di Meudon a essere sotto gli occhi di tutti: Lazio, Fiorentina, Milan e Juve hanno mostrato interesse nei confronti del talento, che, per non smentire le origini, punta gli occhi al cielo e sogna di giocare con le stelle – quelle vere – del Paris Saint-Germain, che tifa da sempre. Tutto questo nella splendida galassia del calcio.

Una penna sempre calda e pungente, che crede nel Calcio, e ne fa ragione di vita.