Renè Higuita, la Follia che non si dimentica

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Un giocatore, per passare alla storia del calcio e rendere il proprio nome indelebile agli occhi dei tifosi di una Nazione, deve imboccare una tra le due strade di un bivio. La prima è la predestinazione: essere dei campioni assoluti. Gente come Maradona, Pelè, Cruijff, dei fenomeni che nella storia di un popolo passano una volta ogni cent’anni, e quando passano tutto ciò che verrà dopo non sarà più come prima. L’immortalità richiede anche una discreta fortuna alla lotteria genetica, ma per chi avesse mancato il suo appuntamento col destino, esiste una seconda strada: la follia.

Rompere gli schemi, andare contro ogni legge, che sia calcistica, morale o talvolta anche giudiziaria, vivere la propria carriera tutta d’un fiato, facendo ciò che nessuno aveva fatto prima, non perchè nessuno ne fosse capace, ma perchè nessuno ne aveva avuto il coraggio. Perchè una nazione ha bisogno di un’icona. Perchè chiunque vuole vedere il proprio lato oltraggioso, anticonformista, o semplicemente folle rispecchiato in un idolo. Perchè se sei alto un metro e settantadue, fai il portiere, ma sei sempre fuori area a dribblare attaccanti avversari e a ingannarli facendoti passare il pallone sopra quell’enorne massa di capelli neri che hai in testa, allora la Colombia non può che ergerti a icona nazionale. Questa è la storia di Renè Higuita.

Tutto comincia in una Colombia di metà anni Sessanta, a Medellin, quando Marìa Dioselina Higuita mette al mondo il piccolo Renè. La situazione non è per nulla facile: il bimbo, senza un padre, dopo pochi anni perde anche la madre e verrà cresciuto dalla nonna. In più, non c’è un soldo in cassa e Renè trascorre l’infanzia vendendo giornali, per portare a casa qualche peso in più, e giocando a calcio. Già, perchè, come in ogni storia sudamericana che si rispetti, un bimbo povero ha la pelota come migliore amica.

E’ un attaccante, e pure bravo: la sua scuola organizza un torneo per mettere in mostra i ragazzini più promettenti davanti agli osservatori dell’Independiente Medellin, ed è l’attaccante titolare della sua squadra, ma quando il portiere si infortuna, tocca proprio al piccolo Renè entrare tra i pali a sostituirlo. L’impatto è devastante: da quel giorno in avanti Higuita sarà un portiere.

La varopinta carriera dell’arquero colombiano inizia nel 1985, nel Millionarios, dove resta per un anno prima di tornare nella sua Medellin, all’Atletico Nacional. Che Higuita non sia un portiere come gli altri, lo si è capito guardandolo: 1.72 m, altezza quantomeno inusuale per un portiere, che però passa totalmente in secondo piano vedendolo in azione. Il suo dovere tra i pali lo svolge adeguatamente, come tanti altri ottimi portieri, ma tutto il resto sarà ciò che lo renderà unico. I portieri ordinari escono dall’area piccola e bloccano la palla? Higuita esce dall’area di rigore, salta secco un attaccante con un colpo di testa, controlla la palla di petto, si spinge ancora qualche metro più in alto e serve un compagno. I colleghi parano i calci di punizione? Troppo passivo per lui, che li va a calciare e li trasforma in gol. Un portiere goleador, l’ossimoro del calcio inteso nella sua forma più ordinaria e comune, l’aspetto più ordinario e comune per il calcio inteso nella forma di Renè Higuita. Questo rivoluzionario stile di gioco presenta sicuramente dei rischi, ma non è follia fine a sè stessa: l’allenatore dell’Atletico Nacional è Francisco Maturana, che ritroveremo più avanti sulla panchina della Selecion colombiana. Maturana capisce Higuita e lo rende un giocatore di alto livello, nel modo in cui un grande tecnico gestisce un grande folle. Per prima cosa lo responsabilizza: per Pacho un portiere così audace dà sicurezza alla sua difesa, quindi lo investe moralmente a leader in campo. Inoltre per lo stile di gioco di Maturana, che prevede una linea difensiva tendenzialmente alta e un intenso possesso palla, avere l’estremo difensore tanto abile tecnicamente è l’ideale per impostare l’azione dal basso e coprire la zona della propria trequarti.

Il lavoro di Maturana dà i suoi frutti e nel 1989 l’Atletico Nacional si rende protagonista di una memorabile cavalcata in Copa Libertadores, fino alla vittoria ai rigori in finale contro i paraguayani dell’Olimpia Asunciòn. Ovviamente è Higuita-show, con il portiere che non solo para quattro tiri dal dischetto, ma ne realizza anche uno. Pacho Maturana e il Loco Higuita entrano nella storia dell’Atletico Nacional, ma anche del calcio colombiano: per la prima volta un club Cafetero si aggiudica la Copa Libertadores.

Intanto un nuovo decennio è alle porte e il calcio colombiano si prepara a un appuntamento che non può fallire: dopo 28 anni dall’ultima apparizione, la seleccion Cafetera partecipa ai Mondiali di Calcio. Il CT è Maturana, che, sulla base del suo Atletico Nacional, ha costruito una Nazionale in grado di strappare un biglietto per Italia ’90: Andrès Escobar, Luis Carlos Perea, Albeiro Usuriaga, Norberto Molina, tutti uomini che Pacho ha splendidamente educato al proprio credo calcistico. La squadra si schiera con un 4-2-2-2 che sa tanto di Terzo Millennio, basato sulla difesa a zona e sul possesso palla prolungato, quasi esasperato (aspetto particolarmente vincente negli ultimi anni). La creatura di Maturana vive di armonia, strategia e lavoro corale, ma nelle due metà campo spiccano due padroni assoluti del gioco: davanti c’è el Pibe, Carlos Valderrama, il numero dieci che dipinge ogni attacco Cafetero con la sua fantasia, mentre dietro è il parco giochi del Loco.

Higuita si esalta e mette in mostra il repertorio in una fase a gironi che la Colombia riesce a superare per la prima volta nella sua storia ai Mondiali. Il traguardo è di per sè storico, ma agli ottavi ad attendere i Cafeteros c’è il Camerun di Roger Milla. La gara termina in parità dopo 90 minuti, ai supplementari i Leoni si portano in vantaggio e a poco dal termine Higuita, in uno dei suoi classici possessi fuori dai pali, perde palla e viene punito dall’uomo simbolo della selezione africana, lo stesso Milla. Uscire in questo modo fa male, ma il calcio, che per natura è folle, può dar vita anche a delusioni simili quando ha a che fare con un Loco come Higuita.

Smaltita la delusione del post-Camerun, il Mondiale ha portato dei frutti a tutti. In primo luogo alla Colombia, che grazie alla rivoluzione tattica del Pacho e a una generazione di grandi talenti, si proietta in una nuova dimensione, quella di grande potenza del calcio Sudamericano, eredità che è giunta fino ad oggi a questo florido movimento calcistico. In secondo luogo a Maturana, che l’anno seguente riceve le chiavi della panchina del Valladolid, e  alle due stelle della sua Colombia, Higuita e Valderrama, che lo seguono in Spagna. L’avventura iberica del Loco è piuttosto infruttuosa e decide di tornare all’Atletico Nacional, dove vincerà ben presto un titolo nazionale.

Se in Sudamerica ti guadagni l’apodo di Loco, evidentemente la tua follia non si limita al campo. La Colombia degli anni ’90, nonostante il fermento del suo movimento calcistico, deve fronteggiare una piaga, quella del narcotraffico, e il signore assoluto dei narcos è Pablo Escobàr, del cartello Medellin. Nel 1991 Higuita, che si dichiara pubblicamente amico del narcotrafficante, va a fargli visita in carcere, attirando su di sè gli occhi dell’opinione pubblica, tanto che diversi anni dopo, all’aeroporto di Bogotà, arriverà alle mani con un giornalista che lo interrogherà sulla vicenda. Ma non finisce qui: nel 1993 el Loco finirà ancora nei guai per aver fatto da mediatore nelle trattative per la liberazione della figlia di un amico, tra l’altro amico anche di Escobàr, rapita dai narcos. Le leggi Colombiane impediscono questo genere di trattative senza avvisare la polizia, e il Loco viene arrestato e condannato a sette mesi di carcere. Proprio a causa di questa squalifica sarà costretto a saltare il Mondiale di USA94, per il quale Maturana aveva ripreso le redini della Selecion Cafetera.

Contro ogni regola e contro ogni legge, questo è Renè Higuita. La sua avventura all’Atletico Nacional dura fino a 1997, anno in cui vince la sua seconda Copa Interamericana e si trasferisce al Tiburones di Veracruz, in Messico. Dopo gli Squali, per lui un ritorno in Colombia, prima ai rivali dell’Independiente Medellin, poi al Cartagena e allo Junior. E ancora, un’avventura a Panama, al Chorrillo FC, di nuovo Colombia al Bajo Cauca, e poi in Ecuador, all’Aucas, dove viene trovato positivo alla cocaina e squalificato. Tre anni dopo, nel 2007, gioca anche in Venezuela al Guaros FC, e chiude in Colombia, prima al Leones e infine al Deportivo Pereira.

In Nazionale chiuderà molto prima, nel 1999, quattro anni dopo aver lasciato al mondo l’eredità più tangibile e sensazionale della sua follia tecnica: el Escorpión, sicuramente la cosa più straordinaria mai vista fare da un portiere nella storia del calcio. Nel 1995, contro l’Inghilterra, Jamie Redknapp calcia in porta con un pallonetto e Higuita si lascia passare la palla oltre la testa, si tuffa e la colpisce di suola con entrambe le scarpe. Nello stadio di Wembley, simbolo della grandezza della nazione che ha inventato il calcio, questo ribaldo sudamericano dimostra che i latini lo hanno notevolmente migliorato. Più volte in carriera Higuita riproporrà questa sintesi di una filosofia alternativa di calcio, l’ultima volta nel suo ultimo anno di attività, nel Deportivo Pereira, all’età di 42 anni.

Il 24 gennaio 2010, quando allo stadio Atanasio Girardot di Medellìn, darà l’addio al mondo che ha colorato e reso entusiasmante con la sua follia, quello del calcio, dirà “Yo soy un pobre pecador” (Io sono un povero peccatore). Di errori, dentro e fuori dal campo, il Loco ne ha sicuramente commessi, ma la sua follia lo ha reso ciò che è stato, ovvero la perfetta icona della sua Colombia. Un uomo generoso, che non ha mai avuto paura di niente, che si trattasse di dribblare un centrocampista avversario sulla propria trequarti o di trattare con i malavitosi colombiani per liberare un ostaggio. Renè Higuita lascia il calcio con 55 gol segnati in carriera, una splendida parata volante e la consapevolezza di averlo migliorato con il dono che solo un povero peccatore può portare: la follia.

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