Gli anni di Roman, Lo Celso e Calamaro

roman

Oggi sento il bisogno di scrivere sul mio blog. Il mio piccolo blog, con il quale ho dato inizio al flusso di inchiostro che scorre senza sosta da quel giorno di fine 2014 in cui è nato, e mi tiene vivo anche nei momenti più difficili. Raccontavo i personaggi e le squadre del calcio sudamericano con ingenuità e con un sano pizzico di approssimazione, tra sogni e tanta passione. Sorrido, pensando che in un pezzo su Dybala apostrofai Vazquez come “Muto” invece che Mudo. Una sciocchezza, a 17 anni di età, che trafigge di malinconia. Sembrano passati secoli da quando scrivevo sul mio piccolo blog, da cui il mio viscerale amore per la scrittura ha gattonato incertamente e ha ricevuto le mie continue carezze, e ora sento il bisogno di scriverci di nuovo.

Oggi, 5 marzo 2016, probabilmente ho perso la persona più importante della mia vita. Se n’è andata, ha girato i tacchi dopo cinque anni e mi ha lasciato qui in un brodo di amarezza, disperazione e neve. Tanta neve. Non so se tornerà, non credo. Mi torna alla mente Paolo Condò, che dimostrò in un magnifico articolo come le bandiere del calcio siano nel nostro cuore anche perchè legate con doppio nodo alla memoria delle vicende della nostra vita. Mi sono chiesto se lei timbrerà con un colpo deciso tutti miei ricordi e i miei affetti di questi anni di calcio, se il ricordo di Adem Ljajic, giocatore che con ogni probabilità giocherà nella mia Inter solo fino al termine di questa stagione, rimarrà slegato da quello degli occhi verdi che schivano il mio sguardo, proprio come il serbo schiva gli interventi dei difensori avversari. Mi sono chiesto se riuscirà ad andare ancora più in profondità, se riuscirà a contaminare con il suo profumo dolcissimo anche l’idolatria che in questo periodo mi lega a Juan Roman Riquelme. Quando vedo i filmati dell’enganche, quando scrivo di lui, delle sue gesta o quando provo a disegnare in punta di matita la sua psiche tanto nascosta quanto discussa, nasce dentro di me un’emozione forte e sincera. Il fatto che la maglia azul y oro che indossava negli anni in cui si lanciava brutte occhiate con il tecnico del Boca Julio Cesar Falcioni sia la stessa che ho vestito io stesso per innumerevoli dozzine di partite estive al campo, o il fatto che abbia speso (e che stia spendendo tuttora) una quantità altrettanto spropositata di ore scrivendo di lui, fa sì che questi siano inequivocabilmente i miei anni di Roman. Il punto è che c’è anche lei, che questa mattina ha sbattuto la porta e mi ha fatto guardare Riquelme con un’aria di sconsolatezza, come se oggi stesso fosse già quel futuro più o meno anteriore nel quale dirò “Ah, gli anni di Riquelme, proprio quando se n’è andata.

Sopravviverà il ricordo nitido delle parole pronunciate con timidezza da Riquelme nelle conferenze stampa che ho sviscerato, nelle quali dichiara eterno amore al Boca e ammette di sentirsi svuotato? O meglio, quel ricordo, sopravviverà nella sua indipendenza o verrà travolto da ciò che sto passando in questi minuti? Stessa sorte che temo per Giovani Lo Celso, lo splendido fantasista classe ’96 del Rosario Central, che sta esplodendo proprio in queste settimane. Una notte di metà luglio, quando tutto era ancora relativamente calmo e felice, il ragazzo ha esordito in un match contro il Velez e io, in una delle mie tante consuete noches de futbol a seguire il calcio argentino, c’ero. Un fotogramma indelebile, il fondo blu della camiseta del Canalla con al centro il 34 bianco e sotto il cognome del ragazzo. Poi scende in campo, lo vedo giocare e mi piace, con quel sinistro telecomandato. Lo rivedo in altri scampoli di gara da lui giocati, ma l’amore è stato a prima vista e non ho bisogno di sentire altro: Lo Celso diventerà grande, ne sono stato convinto fin da subito. Ora se ne stanno accorgendo in tanti, io ho avuto il privilegio di essere catturato prima di molti. Questi sono anche gli anni di Lo Celso, nella mia vita, ma mi domando se il suo numero 34 sopravviverà più a lungo delle parole che mi hanno da poco trafitto la milza come un dardo avvelenato. Mi domando se vedere il fantasista scendere in campo con la maglia di un top club europeo, come credo che avverrà, richiamerà prima il fotogramma del suo esordio, con me seduto sul letto a guardare il suo primo match, oppure questo periodo della mia vita, inevitabilmente sommerso da questo sentimento gelido.

Sono gli anni di Roman, di Lo Celso, ma anche di Andrés Calamaro, il popolare rocker argentino che da un anno ormai mi tiene compagnia nella variopinta girandola di cose, persone ed emozioni che è la vita. Ogni piccolo episodio che viviamo ha la propria canzone: come quando ascolto “Flaca” e penso al giorno che l’ho scoperto, oppure “Cuando de conocì” e “Te quiero Igual“, due canzoni magiche perché la prima non ti fa sentire in colpa di essere stato innamorato, mentre la seconda ti fa sentire in colpa di non esserlo. O orgoglioso di esserlo, dipende dai punti di vista. Penso al tango “Como dos extranos“, che quest’estate era un inno di delusione amorosa di un mio fraterno amico, e già da oggi diventa parte integrante della mia storia. Penso a Fito Paez, altro rocker, rosarino d’origine, che ha pensato bene di comporre tre canzoni (Tumbas de la Gloria, La Rueda Magica e Brillante Sobre el Mic) che riescono a suscitare in me una nostalgia inondante. Questa mattina, fresco della mia ferita, non sono riuscito ad andare oltre i primi cinquanta secondi del primo pezzo della triade. Tutto questo mi dimostra come la nostra vita sia un viaggio per mare, con noi su una piccola barca e a bordo quei proverbiali 5-6 oggetti che ti porteresti nell’altrettanto fantomatica “isola deserta”. Che siano una maglia di Riquelme, di Lo Celso o un cd di Calamaro. Le onde ci cullano finchè non giunge la tempesta e ci strapazza, ci rovina la maglietta o ci intristisce solamente, ma rimaniamo noi su quella piccola barca a cercare la felicità. Da qualche parte la troveremo, con i nostri compagni di viaggio a farci compagnia.

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