PSG: il Destino ti ha chiamato, ora devi fare la storia.

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E’ il disegno di un’ente superiore. Non solo la splendida, stralunata giostra di eventi che ha illuminato la notte dello Stamford Bridge, ma il Calcio. Nel momento in cui una squadra che da anni è attesa al varco dall’intero calcio Europeo, perde dopo mezz’ora l’uomo che avrebbe dovuto guidarla nell’impresa più grande, eliminare il Chelsea di José Mourinho, e zittire chi a sua volta lo attende al varco, la storia sembra inevitabilmente segnata. E invece il PSG non è disperso, non si è lasciato intimorire e ha messo tutto sul piatto, con razionale disperazione, difendendosi in inferiorità numerica e giocando di ripartenza. Non si è lasciato abbattere nè dal gol di Cahill, che a dieci minuti dal termine suonava come una sentenza, nè dalla follia di Thiago Silva, che ha regalato il vantaggio al Chelsea mandando Hazard dal dischetto dopo un fallo di mano. Ha reagito con due gol, con due stacchi imperiosi di David Luiz e dello stesso Thiago Silva,  simbolicamente la nuova ascesa verso l’alto dei due centrali della Nazionale Brasiliana, reduci dalla disfatta mondiale. Ora cambia tutto: vincere la doppia sfida con i campioni in carica dopo 120 minuti folli e magnifici proietta il PSG verso una nuova chance di diventare grandi, un’opportunità che, mentre Kuipers sventolava il cartellino rosso in faccia a Zlatan Ibrahimovic, nessuno pensava ci sarebbe stata. Provare l’assalto alla Champions League è un obbligo per gli uomini di Blanc. A bocce ferme i parigini sono dietro almeno Bayern di Guardiola (che in contemporanea ne rifila sette allo Shakhtar Donetsk), e a Barcellona e Real Madrid, ma si sa, in Coppa è tutta un’altra storia, e la stessa determinazione e organizzazione che il PSG ha dimostrato contro gli uomini di Mourinho può fare la differenza anche contro avversari tecnicamente più forti (Simeone insegna). E gli uomini per provarci ci sono: primo su tutti il capitano, Thiago Silva, protagonista di un disegno ultraterreno, che lo vede prima illudere e poi punire la folla di Stamford Bridge. Dopo l’umiliazione mondiale del suo Brasile, con la successiva perdita della fascia da capitano della Seleçao, quello che è tuttora il difensore più forte al mondo deve completare quadratura del cerchio della sua carriera di campione. Poi c’è il folle, l’uomo che non avrà mai un’etichetta condivisa da tutti su di sè: David Luiz. E’ la moneta per aria che tutti aspettano col fiato sospeso: se esce testa la usa per gestire il suo grande talento, se esce croce la diventa per la sua squadra, che patisce le sue lacune tattiche. In mezzo la Bellezza del Calcio, gentilmente offerta da Javier Pastore, e la predestinazione di Marco Verratti, giovane maestro di praticità, estremamente geniale e inaspettatamente concreto. In attacco, aspettando l’infortunato Lucas Moura, il peso dell’attacco è tutto sulle spalle di Edinson Cavani, che dovrà mettere anima e goal anche al posto di Zlatan Ibrahimovic. Il fenomeno del PSG, ingiustamente espulso da Kuipers, probabilmente salterà sia l’andata che il ritorno dei quarti di finale, rischiando di bruciare un altro anno nella corsa di Zlatan alla consacrazione definitiva nella massima competizione europea. Le stelle, più elementi tattici importanti come Matuidi e Maxwell, possono ancora far sperare i tifosi in un’ulteriore impresa, perchè dopo Londra è lecito sognare. Nella storia di una squadra arriva sempre il momento in cui il Destino ti manda un chiaro segnale, e diventa il momento di fare la storia. L’impresa contro il Chelsea di Mourinho è uno sparti-acque, sicuramente nella stagione, probabilmente nella storia del Paris Saint-Germain: è questo il momento in cui gli uomini di Al-Khelaifi devono scrollarsi di dosso le scomode etichette di perdenti di lusso, di singoli campioni senza affiatamento, di eterni aspiranti alla gloria, per entrare finalmente nell’Olimpo del calcio e di portare ai colori del Club la nobiltà calcistica che nessun miliardario può comprare. Al Parco dei Principi, hanno già iniziato a sognare.

Gregoire Defrel, tutti gli occhi sulla stella di Meudon

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A Meudon, comune nella regione della IledeFrance, a sud-ovest della capitale, se ne intendono di stelle. La città ospita un importante osservatorio astronomico, che fa capo all’Osservatorio di Parigi, centro nevralgico in materia di astronomia, i grandi occhi della Francia puntati al cielo. Ma spesso, ciò che cerchiamo si trova sempre nei posti più scontati e vicini a noi, e non è un caso se, mentre Meudon perlustrava le galassie, una piccola stella nasceva sul suolo, a contatto con la terra e con l’erba: la storia di Gregoire Defrel parte da qui.

Nato nel 1991, il giovane Gregoire inizia a giocare a calcio piuttosto tardi, ma ci mette poco a recuperare il tempo perso: gioca per il piccolo Chatillon e un suo amico, un giovane attaccante, meudonnais di nascita ma senegalese d’origine, Souleymane Doukara, presenta il ragazzo al suo agente. Doukara ha giocato nello Chatillon, poi si è trasferito in alcuni piccoli club parigini prima di essere comprato dal Rovigo Calcio, ma il futuro ha in serbo una bella favola anche per lui: passerà dalla Vibonese, in quarta serie, al Catania, e ora è in prestito al Leeds United.

Ma torniamo alla nostra storia: viene organizzata una gara tra i giovani più promettenti della periferia francese a cui Defrel partecipa. Greg è un attaccante agile, ha grandi guizzi e tra i pari età si fa notare immediatamente, tanto che il Parma decide di osservarlo più da vicino e di offrigli un contratto per giocare nella Primavera. E’ il 2010 e nel finale di stagione, contro il Cagliari, fa addirittura il suo esordio in Serie A, subentrando a Modesto all’81’ minuto di gioco. L’anno successivo viene prestato in Lega Pro, al Foggia, forse nella stagione sbagliata: nel 2011 i rossoneri sono diventati orfani di Zdenek Zeman, che nell’annata precedente aveva creato un giocattolo molto interessante, con due autentiche gemme nel tridente, Sau e Insigne. E’ suggestivo immaginare cosa sarebbe successo con anche Defrel in quel trio d’attacco, ma boemo o meno, Gregoire gioca 23 gare e segna 4 gol. Tutto sommato un buon campionato.

Terminato il prestito, Defrel torna a Collecchio, portando con sè dalla Puglia un rinnovato bagaglio d’esperienza. Ma la svolta è dietro l’angolo: il Parma vuole Marco Parolo, lo scatenato centrocampista del Cesena, che si è messo in luce con grandi prestazioni nonostante la retrocessione dei romagnoli. Nell’affare rientra anche metà del cartellino di Defrel, che rifà la valigia e si rimette in viaggio, questa volta per una destinazione più vicina. I bianconeri sono la destinazione adatta per un ragazzo di talento che deve rimettersi in luce: squadra fresca di retrocessione con necessità di ricostruire l’organico per la categoria e in cerca di giocatori giovani e di qualità. La prima stagione in Serie B di Defrel è sempre positiva, con tre reti segnate in trenta presenze, delineando sempre più il profilo di un attaccante che ama spaziare, con tendenze all’assist e alle giocate di qualità più che alla stretta sfera realizzativa. L’anno successivo resta al Manuzzi e replica l’ottima annata, mettendo a referto 3 gol in 38 presenze in campionato e un gol pesantissimo nella finale playoff contro il Latina. Il Cesena è in Serie A.

La stagione 2014-15 è la prova del nove. Dopo ottime prestazioni in Lega Pro e Serie B, a Gregoire Defrel non resta altro che giocarsi le proprie carte in Serie A e cercare di dimostrare il proprio valore. La rosa dei romagnoli per la Serie A lascia subito presagire che la lotta salvezza sarebbe stata ardua e non molto più tardi anche la classifica si rivela dello stesso parere: Cesena nelle zone basse e necessità di uscire al più presto dalle sabbie mobili. Nella complicata situazione generale, Defrel inizia a segnare: è il 20 settembre quando il ragazzo con la 92 sulle spalle infila Sepe nel pari contro l’Empoli, si ripete contro il Verona e ne insacca due anche contro l’Atalanta. I gol del francese non solo sono importanti, ma bellissimi: salta sempre l’uomo con facilità prima di depositare la palla in rete, spesso con bei tiri a giro e colpi di precisione che il suo sinistro educatissimo gli consente di sfoggiare. Dopo un mercato di gennaio in cui, stando alle parole del DS Foschi, il Cesena ha rifiutato offerte da tanti club di Serie A per la stella dei romagnoli, Defrel segna anche alla Lazio e diventa di diritto uno dei personaggi rivelazione del calcio italiano, e tutti gli occhi sono puntati su di lui, senza bisogno di guardare in cielo. Seconda punta nel 4-3-1-2, si ritrova affiancato da attaccanti possenti, prima Hugo Almeida, poi Djuric, dalle cui sponde può trovare la giocata vincente. Attaccante rapido, dallo scatto fulminante, fa del dribbling una delle proprie armi migliori, che sfoggia prima di servire i compagni zona gol. Rispetto alle ultime stagioni in B, Defrel sta moltiplicando la cifra sotto la voce “goal“, che in passato non è mai lievitata più di tanto. Dopo una ventina di gare ha già battuto il record di reti segnate in campionato da quando gioca in Italia. Il suo mancino ha fatto qualche vittima tra i portieri di Serie A, e in una situazione critica, al penultimo posto, l’impressione è che le speranze (a dire il vero, non moltissime) del Cesena di restare nella massima serie siano prevalentemente tra i piedi di questo ragazzo della periferia parigina. A Meudon guardano le stelle, ma ora è una stella di Meudon a essere sotto gli occhi di tutti: Lazio, Fiorentina, Milan e Juve hanno mostrato interesse nei confronti del talento, che, per non smentire le origini, punta gli occhi al cielo e sogna di giocare con le stelle – quelle vere – del Paris Saint-Germain, che tifa da sempre. Tutto questo nella splendida galassia del calcio.

Tre settimane per riprendersi la scena: Angel Correa è tornato.

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Manca meno di una settimana all’inizio del Sudamericano Sub20 in Uruguay, e, come di consueto, i giovani talenti cercheranno di mettersi in mostra e farsi notare dai top club europei: infatti, la ricerca di una chance nel Vecchio Continente sarà il motore che spingeràn ogni ragazzo a dare il massimo nel torneo.

Paradossalmente, però, tra i tanti nomi nelle liste delle dieci Nazionali partecipanti, c’è un giocatore che non ha la necessità di essere notato da una grande squadra, e nonostante ciò sarà con grande probabilità il più motivato di tutti coloro che calcheranno la terra dei Charrùa. E’ il protagonista di una storia che sul campo è ancora al primo capitolo, soltanto perchè lo Scrittore ha impiegato troppo tempo a complicare le cose fuori dal terreno di gioco. Sarà perchè l’Atletico Madrid ha puntato forte su lui, sarà perchè a diciannove anni è riuscito a dribblare, tra un difensore e l’altro, anche un tumore al cuore, sarà perchè quando un diez fa faville l’Argentina intera trattiene il respiro, ma Angel Correa tornerà in campo nel Sudamericano Sub-20 e tutti gli occhi saranno puntati su di lui.

La storia del giovane trequartista argentino inizia all’età di dodici anni, quando entra a far parte del settore giovanile del San Lorenzo de Almagro. Il ragazzino dimostra fin da subito di saperci fare e all’età di diciassette anni il suo nome è già balzato oltre oceano: si fa avanti il Benfica, che gli offre il suo primo contratto da professionista, oltre alla gloriosa maglia delle Aguias. A Boedo però si sono accorti che uno come il giovane Angel non passa proprio tutti i giorni, e lo aggregano alla rosa del Ciclòn facendogli firmare un contratto di quattro anni.

Nel Torneo Final 2013 il tecnico del San Lorenzo, Juan Antonio Pizzi, decide di far debuttare Correa contro il Newells Old Boys, per poi inserirlo sempre più nel vivo della squadra, fino all’affermazione da titolare nell’anno del Torneo Inicial 2013. Dopo le undici presenze impreziosite da quattro reti nel Final, il trequartista rosarino ha l’occasione di dimostrare il proprio valore e di imporsi definitivamente a livello nazionale: la squadra, trascinata dai gol di Ignacio Piatti, gioca un Torneo Inicial di grande qualità e si aggiudica il titolo. Correa è la stella della squadra: a diciotto anni impone uno strapotere tecnico accompagnato dall’estro di un grande trequartista. Quasi imprendibile palla al piede, sfoggia doti atletiche invidiabili come una capacità di cambiare passo mortifera per le difese. Tecnicamente straripante, non manca di personalità nel cercare dribbling audaci e giocate preziose, come la veronica con cui ha messo fuori gioco due difensori al prezzo di uno per poi freddare il portiere con un gran tiro contro il River Plate. La palla si incolla al piede quando danza in un fazzoletto, circondato dai difensori, oppure quando mette a ferro e fuoco le difese in progressione, saltando gli avversari come dei birilli. Destro naturale, sa inquadrare la porta sia da vicino che da lontano, con tocchi di precisone oppure con stoccate di potenza come contro il Boca Juniors, su assist di Julio Buffarini, in una Bombonera dominata. Idolo del Nuevo Gasòmetro e obiettivo dei top club europei, Angel è una bomba a orologeria che può diventare un campione da un momento all’altro.

Dopo il titolo nazionale, Correa e compagni preparano l’assalto alla Copa Libertadores, dimostrandosi abbondantemente all’altezza degli altri grandi club Sudamericani: negli ottavi di finale contro il Gremio passano per un gol dello stesso talento di Rosario, che nel frattempo si guadagna l’apodo di Joya,ai quarti prevalgono sul Cruzeiro strappando in biglietto per le semifinali.

Intanto, come detto, in Europa il talento del ragazzo del Ciclòn non è certo passato inosservato, e un club in particolare decide che ulteriori attese sarebbero superflue, e decide di entrare in azione: l’Atletico Madrid acquista Angel Correa per circa sette milioni di euro. Il San Lorenzo, però, con la consapevolezza di non poter trattenere un simile talento in Sudamerica, strappa ai Colchoneros il diritto di poter schierare la Joya nelle semifinali di Copa Libertadores e in un’eventuale finale. Una volta raggiunto l’accordo totale, il ragazzo vola in Spagna per svolgere le visite mediche e firmare con il nuovo club. Sembrano pratiche di routine, ma in questo caso le visite di rito sono accompagnate da una diagnosi terribile e inaspettata: tumore al cuore. Una notizia che taglierebbe le gambe a chiunque, anche a chi è abituato a schivare ogni colpo dei difensori con precisione e velocità come lui.

Il responso dei medici da un lato fa tirare un sospiro di sollievo al ragazzo, ma dall’altro lascia una pesante incognita: la vita di Angel non dovrebbe essere in pericolo, ma la sua carriera rischia di essere compromessa. Correa viene curato in una clinica di New York, dove è sottoposto a un intervento di micro-chirurgia cardiaca, e nel giro di pochi mesi, ottiene la risposta che aspettava e desiderava: potrà continuare a giocare a calcio. L’Atletico firma un nuovo accordo con il San Lorenzo, che nel frattempo ha alzato al cielo la Copa Libertadores, per 5.6 milioni di euro.

Dopo diversi mesi di inattività dovuta alle cure, il CT della Nazionale Argentina Under 20 Humberto Grondona ha deciso di inserire Correa nella lista dei convocati per il Sudamericano in Uruguay. Angel è finalmente tornato dopo il brutto spavento, e la competizione urugaya è l’occasione per riprendersi i riflettori che la sfortuna gli aveva portato via nel pieno del suo momento migliore. Sicuramente la forma fisica non sarà delle migliori, ma rientrare in campo vestendo l’Albiceleste sarà una motivazione che un giocatore come il rosarino non potrà farsi scapparre.

Angel Correa è tornato, dove eravamo rimasti?

Viva el fùtbol – Il Santo, il Papa e le facce sporche: la Gloriosa storia del San Lorenzo de Almagro

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Nei primi anni del Novecento, a Buenos Aires, il fùtbol si giocava, si viveva e si respirava per le strade: i ragazzini si riunivano in squadre di quartiere e sfidavano quelli delle zone vicine. In particolare, ad Almagro, un gruppo di ragazzi che si facevano chiamare “los Forzozos de Almagro“, giocavano le loro partite lungo Calle Mèxico e le altre strade vicine. Con il passare del tempo, però, le strade di Buenos Aires diventavano sempre più trafficate da bus e tram e di conseguenza non erano il più sicuro dei campi da calcio: infatti, quando un giovane calciatore rimase ferito in un incidente con un tram durante un incontro, padre Lorenzo Massa, prete cattolico del quartiere, decise di concedere ai ragazzi il cortile dell’oratorio per giocare a pallone, strappando loro in cambio la promessa di non mancare a messa la domenica. Da questa piccolo patto tra i ragazzi di Almagro e il prete di Calle Mèxico avrà origine una delle squadre più forti della storia del fùtbol argentino, che vincerà 15 volte il campionato argentino, entrerà nell’olimpo dei cinco grandes con Boca, River, Racing e Independiente, e spingerà il proprio prestigio su scala Sudamericana e mondiale.

Il primo aprile del 1908 si tiene ad Almagro un’assemblea d’eccezione: l’obiettivo è quello di fondare un club di fùtbol sulle fondamenta dei Forzosos de Almagro e del patto con padre Massa. La squadra viene fondata, ma il sodalizio ha bisogno di un nome: l’apodo di forzozos non fa impazzire il prelato, quindi viene proposto il nome di San Lorenzo, in onore di Massa, che rifiuta un tale omaggio, ma viene convinto ad accettarlo come nome della squadra in onore del santo patrono e della Battaglia di San Lorenzo, combattuta durante le guerre di indipendenza ispano-americana, anche se la storia ricorderà prevalentemente il prete cattolico. In più viene aggiunto il nome del quartiere di provenienza della maggior parte dei giocatori: nasce così il Club Atlètico San Lorenzo de Almagro.

Il club muove i primi passi nel mondo del calcio a livello dilettante, fino al 1914, quando entra a far parte della Asociaciòn Argentina de Football e disputa, vincendo, il campionato di seconda divisione, ottenendo la promozione nella massima serie del calcio Argentino.  Nel 1916 viene inaugurato lo stadio del club: El Gasòmetro, che finalmente costituirà la casa dei Cuervos, costretti fino ad allora a utilizzare il campo del Club Martinez per le partite casalinghe. Il decennio successivo, però, è quello del decollo: gli azulgrana vincono il titolo nazionale nel 1923, 1924 e 1927, oltre alla Copa Aldao nel 1923 e 1927, contro la squadra campione d’Uruguay. Il prestigio del San Lorenzo è tangibile in tutto il continente del fùtbol, e insieme alle altre quattro grandes, dà l’impulso alla nascita di una lega calcistica professionistica in Argentina.
Il primo titolo professionistico del San Lorenzo non tarda ad arrivare: nel 1933 il primo trionfo, che verrà replicato nel 1936.
In quegli anni nasce anche la rivalità più accesa del San Lorenzo, quella contro l’Huracàn, da cui deriverà l’apodo più famoso riferito al club di Almagro: El Ciclòn, perchè i cicloni sono notoriamente più forti degli uragani.
E’ in queste piccole splendide finezze che dimostrano di essere argentini.

Per il terzo titolo ci sarà da aspettare un po’ di più, ma ne varrà la pena: nel 1946 il San Lorenzo sbanca con un tris d’assi, che passerà alla storia come “El Terceto de Oro“: Rinaldo Martino, Renè Pontoni e Armando Farro. Il trio esprime un calcio spettacolare e travolgente e conduce la Gloriosa alla vittoria del campionato e, poco dopo, sbarca in Europa per un tour nella penisola iberica per confrontarsi contro i campioni di Spagna e Portogallo: il San Lorenzo del Terceto vince agevolmente contro l’Atletico Aviaciòn (oggi Atletico Madrid) per 4 reti a 1 e perde 4-2 con il Real Madrid il giorno di Natale. Prima di spostarsi in Portogallo El Ciclòn sconfiggerà due volte la selezione Spagnola e collezionerà due pareggi contro Valencia e Deportivo La Coruna. In terra lusitana arriveranno due larghe vittorie contro Porto e Selezione Portoghese, prima di chiudere l’esperienza europea con un pirotecnico 5-5 in casa del Siviglia. Il Tercero de Oro tornerà in Argentina con 34 reti segnate in dieci gare, 17 di Martino, 12 di Pontoni e 5 di Farro. La stampa spagnola non risparmierà le lodi, definendo il San Lorenzo “la miglior squadra al mondo“. Se l’obiettivo fosse stato quello di dimostrare all’Europa che il calcio in Sudamerica non era soltanto un passatempo portato dai coloni, direi che è stato raggiunto con successo.

Dopo aver gioito grazie a un trio di fenomeni, i tifosi dei Cuervos dovranno aspettare una dozzina d’anni per innamorarsi di nuovo. Nel 1959 il San Lorenzo vince la Primera Divisiòn grazie ai gol di un attaccante leggendario: 288 gol in carriera, 209 in 265 partite e record assoluto di marcature con la maglia azulgrana: Josè Sanfilippo. El Nene, manco, manco a dirlo, sarà capocannoniere per quattro stagioni consecutive, e deterrà anche il record di reti segnate nel Clasico San Lorenzo-Huracàn. Ma l’esplosione di Sanfilippo, che giocava al Gasòmetro dal 1953, sarà solo il preludio alla fase splendente di storia che attende il club di Almagro.

All’inizio degli anni Sessanta prendono prepotentemente possesso dell’attenzione comune un gruppo di cinque ragazzini soliti giocare con la faccia sporca, l’atteggiamento sfrontato e irriverente, dentro e fuori dal campo, e l’amore di tutto il Viejo Gasòmetro: sono i carasucias, letteralmente “le facce sporche“, e anche se non riusciranno a vincere la Primera Divisiòn, scriveranno una pagina sporca ma affascinante della storia del San Lorenzo. Ecco i carasucias: El Loco Narciso Doval, attaccante da 44 gol in 116 partite. Figlio di galiziani, giocherà anche in Brasile, sia al Flamengo che al Fluminense e morirà a soli 47 anni, in una discoteca di New York. El Nano Fernando Areàn, mezzapunta da 10 gol in 45 gare. El Manco Victor Casa, attaccante sinistro con cinque reti in 72 partite; perse il braccio in un incidente ma questo non gli impedì di giocare a calcio e vincere una Copa de las Naciones nel 1964, in pieno stile carasucias. El Bambino Hector Veira, miglior marcatore della liga Nacionàl nel 1964, qualche anno più tardi tradirà El Ciclòn per giocare nell’Huracàn, ma prima farà la storia in azulgrana. Infine, El Oveja Roberto Telch, centrocampista che insieme al Bambino avrà modo di vincere molto con questi colori.

Ai carasucias sono mancate solo le vittorie, ma il Sessantotto è anno di tumulti, e il fùtbol non fa eccezione: con alcuni superstiti delle facce sporche più nuovi grandi giocatori come El Lobo Rodolfo Fischer, il San Lorenzo fa la storia: per la prima volta nella storia del calcio professionistico argentino, una squadra vince il titolo da imbattuta. 16 vittorie e 8 pareggi, El Lobo capocannoniere con 13 reti. Quella squadra non era solo elegante e talentuosa, non si limitava a sconfiggere gli avversari, li uccideva: ben presto il San Lorenzo del 1968 diventa “Los  Matadores“. L’epoca d’oro del club durerà fino al 1974, anno entro cui Fischer e compagni vinceranno 4 titoli, e stabiliranno nel 1972 un altro record: saranno la prima squadra a vincere nello stesso anno sia il  Torneo Metropolitano che il Nacionàl. L’undici di quegli anni, secondo molti, è la formazione più forte della storia del San Lorenzo.

La leggenda dei Matadores ha fatto gridare El Gasòmetro a cavallo di due decenni, ma la seconda metà degli anni Settanta decreta la fine dei fasti per El Ciclòn: il club vive un momento di grande crisi economica , dovuta a una cattiva gestione amministrativa, tanto che la dittatura dell’epoca costringe il San Lorenzo a vendere ed abbandonare la sua storia casa. Il Viejo Gasòmetro non sarà più la tana della hinchada del San Lorenzo, che dovrà giocare le partite casalinghe negli stadi dell’Atlanta, del Vèlez e addirittura degli odiati rivali dell’Huracàn. Al decino economico segue presto anche quello sul campo: nel 1981 gli azulgrana non riescono a evitare la retrocessione e dopo i record dei Matadores, il San Lorenzo iscrive il proprio nome a un primato tutt’altro che invidiabile, ovvero quello di prima delle cinco grandes del fùtbol argentino a essere retrocessa.

L’anno successivo El Ciclòn vince il campionato di seconda divisione e torna nel calcio che conta, ma per il ritorno a casa, bisognerà aspettare una decina d’anni: nel 1993 viene inaugurato il Nuevo Gasòmetro, la nuova tana del San Lorenzo, che nel 1995 torna a vincere un titolo nazionale, aggiudicandosi il Torneo Final. Sei anni dopo i Cuervos ripetono la vittoria in Clausura sotto la guida di Manuel Pellegrini, stabilendo il record di punti in campionato dall’introduzione del sistema di Apertura e Clausura. Tra i pali della squadra dell’Ingegnere Sebastian Saja, Fabricio Coloccini a capo della difesa, in mezzo i piedi di Erviti e Romagnoli e davanti Romeo. Nello stesso anno arriva anche il primo titolo internazionale della storia azulgrana: la Copa Mercosul, seguita dalla neonata Copa Sudamericana del 2002.

La squadra è tornata a vincere e ormai la crisi è lontana: il supporto dei tifosi non è mai venuto a mancare e ora anche il Nuevo Gasòmetro è diventato teatro di grandi imprese degne del Ciclòn. Nel 2007 sotto la guida tecnica dell’attaccante dell’Inter dei record Ramòn Diaz si aggiudica il Campionato di Clausura, con una squadra in cui spicca su tutti El Pocho Ezequiel Lavezzi, seconda punta decisiva nello scacchiere del suo tecnico.

Il San Lorenzo torna sul tetto d’Argentina, ma i Santi non sono gatti e cadono: scampano a una retrocessione clamorosa nel campionato di Clausura 2012 e si riorganizzano per quella che sarà l’ultima grande impresa nazionale del Ciclòn: il Torneo Inicial 2013. La dirigenza regala una nuova spina dorsale alla squadra, con Cristian Alvarez dell’Espanyol tra i pali e l’uruguagio Martin Cauteruccio come prima punta, appena arrivato dal Quilmes. Ma le perle dei Cuervos sono altre: Angel Correa, trequartista classe ’95 e Hèctor Villalba, attaccante classe ’94. Con questi talenti la squadra di Almagro ottiene la vittoria dell’Inicial 2013 e un anno dopo arriva anche la prima vittoria in Copa Libertadores, qualificandosi per il Mondiale per Club, ma purtroppo il Santo non è riuscito nell’impresa di sconfiggere l’invincibile Real Madrid in finale, e difficilmente potrà farlo in un futuro prossimo, al netto di eventuali miracoli.

El Ciclòn ha spazzato via tutti i dubbi su un possibile ritorno ai livelli di un tempo, e con le recenti vittorie ha confermato di essere ancora una potenza del fùtbol, come testimonia lo status di grande con Boca, River, Independiente e Racing.

Nel marzo del 2013 il cardinale Jorge Mario Bergoglio è stato eletto Papa. Il pontefice è da sempre tifoso del San Lorenzo, in particolare del Tercero de Oro. Nella cattolicissima Argentina, la notizia ha infiammato la hinchada del Ciclòn, ma i tifosi del Boca ironizzano con chi si vanta di tifare la squadra del Papa, perchè tanto Dio (Diego) è uno Xeneize.

Diego o meno, personalmente ritengo che, come ci dimostra il fùtbol, Dio sia Argentino.

 

Viva el fùtbol – Lanùs, vincere contro le ingiustizie del mondo.

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Nel favoloso e imprevedibile mondo del fùtbol argentino ogni squadra ha la sua storia, costellata di gioie e delusioni, ma per il Lanùs, questo equilibrio significa molto di più.

La storia di questo affascinante club della provincia di Buenos Aires è una parabola di vita, una continua battaglia contro gli dei avversi e contro le ingiustizie, che procede incessante dal 3 gennaio 1915, quando si decise di fondere il Lanùs United e il Club El Progreso, e di vestire tanti buoni propositi con una maglia granate.

Dopo sedici anni con risultati incostanti nella Divisiòn Intemedia, il calcio in Argentina diventa professionistico e il Lanùs continua a non brillare, e , come se non bastasse, nel 1934 l’Associazione invita caldamente svariati club a unirsi fra loro per disputare il campionato: tra questi vi sono i granate, a cui viene intimato di formare con i rivali del Talleres l’Union Talleres-Lanùs, minacciando in caso contrario la retrocessione. L’indigesto sodalizio si fa, ma dura solo un anno e il Lanùs torna presto in proprio: tra gli anni ’30 e ’40 vestono la maglia granate quelli che saranno i totem del club: Atilio Ducca, record di presenze con la maglia del Lanùs (291) e Luis Arrieta, record di reti segnate (120).

La situazione però precipita ancora: nel ’47 il Lanùs attraversa una grave crisi economica e anche i risultati ne risentono. Intanto, il destino sta tessendo una tela dalla quale non sarà facile scappare per i granate, quella dell’ingiustizia. La vicenda dell’unione con il Talleres è stata solo un piccolo assaggio, ma la la dea oscura, che ha adocchiato il Lanùs e che, come vedremo, è tutt’altro che bendata, ha in serbo una sceneggiatura ai limiti della crudeltà, che passerà alla storia come la definiciòn por el descenso de 1949.

All’epoca solo l’ultima classificata in Primera Divisiòn veniva retrocessa, e quell’anno, in fondo alla classifica, c’erano il Lanùs e l’Huracàn a pari punti. Il regolamento è chiaro: si va allo spareggio al meglio delle tre gare. La prima gara viene vinta 1-0 dall’Huracàn, ma il ritorno vede i granate stravincere per 4-1, quindi il discorso salvezza sarà rimandato all’infuocata gara del Viejo Gasòmetro. Il match è spettacolare: 3-3 mentre il secondo tempo volge al termine, ma i quemeros dell’Huracàn hanno un guizzo e al 42′ della ripresa trovano il gol del 4-3. L’arbitro però lo annulla per posizione di fuorigioco: i giocatori dell’Huracàn non ci stanno e abbandonano il terreno di gioco in anticipo. Il regolamento prevede che in caso abbandono del campo, la squadra perda la partita a tavolino, ma il tribunale dell’AFA decide per la ripetizione del match. Nonostante le proteste dei dirigenti del Lanùs, a distanza di un mese, si gioca al Monumental la gara che, salvo ulteriori equivoci, dovrebbe valere la salvezza per una delle due squadre. Ma il copione è lo stesso: 2-2 fino al 38′ della ripresa, ma l’arbitro assegna un rigore contro il Lanùs che l’Huracàn trasforma. Questa volta, però, sono i granate a non accettare la decisione del direttore di gara e abbandonano a loro volta il terreno di gioco. Ma in questo caso il regolamento in sede di tribunale viene applicato alla lettera e il Lanùs viene retrocesso in seconda divisione per la prima volta nella sua storia. L’ingiustizia è palese: molti attribuirano questa clamorosa disparità di trattamento al rapporto di amicizia che legava Juan Peròn, presidente della nazione all’epoca, e Tomàs Dacco, presidente dell’Huracàn, ma per i tifosi del Lanùs la lapidaria sentenza resta la stessa: retrocessione.

Il bacio dell’Ingiustizia brucia ancora per il Lanùs, quando si apre la stagione successiva, ma in poco tempo il valore dei granate emerge e il club si aggiudica il titolo della seconda divisione, si riconferma in Primera Division e ottiene uno storico quinto posto. La stagione successiva, però, sarà spettacolo: il Lanùs schiera una squadra intelligente, sorretta dalla leggenda Juan Hèctor Guidi, che in mezzo al campo dirigerà uno degli undici magici della storia del club: los Globetrotters. L’omaggio ai virtuosi giullari della palla a spicchi si esprime in un gioco di qualità che porta i granate a in cima alla classifica alla fine della prima parte della stagione, ma la squadra titolare è martoriata dagli infortuni e il solo Dante Lugo, goleador del club, riuscirà a giocare tutte le partite. Queste continue assenze, una scarsa esperienza e un River schiaccia-sassi negheranno al Lanùs la gioia del primo titolo nazionale. Ancora una volta, qualcosa va male ai granate, ma questa volta è la più o meno giusta legge del calcio a impedire al Lanùs di gioire.

Persa la possibilità di diventare Campione d’Argentina, il Lanùs si mette alle spalle quello che, di fatto, è il miglior piazzamento della sua storia, ma non riesce a ingranare e per la regola del promedio, ovvero della media di punti ottenuti nelle ultime tre stagioni, abbandona nuovamente la Primera Divisiòn nel 1961. Instabilità è la parola chiave del Lanùs dell’epoca: dopo tre anni ottiene la promozione grazie ai due Albaniles (muratori) Silva e Acosta, attaccanti che si sono guadagnati questo apodo giocando a memoria l’uno-due, ma dopo la loro partenza il Lanùs torna in seconda divisone, per poi risalire e scendere di nuovo, restare in basso per quattro anni, risalire ancora e poi essere di nuovo retrocessi nel ’77.

Quest’ultima retrocessione brucia più delle altre due perchè per la seconda volta, dopo il “rubo” del ’49, il Lanùs non cade sotto i colpi di un avversario meritevole di vincere, ma per un vero e proprio furto: sempre al teatro degli incubi, il Viejo Gasòmetro, i granate si giocano la permaneza in Primera Divisiòn. L’avversario è il Platense. La gara termina in parità e si procede con i calci di rigore. La lotteria è equilibratissima: dopo venti rigori, dieci per parte, calciati da giocatori in movimento, è il turno dei portieri. Dal dischetto per primo va l’estremo difensore del Lanùs, che falisce. Dopo questi è il turno del portiere del Platense, ma sul dischetto si presenta Miguel Angel Juarez, attaccante , che trasforma il penalty. L’arbitro non fa una piega, il Platense vince la gara, l’AFA non risponde alle lamentele del Lanùs, rivelandosi sempre più matrigna, e i granate sono di nuovo in seconda divisione. Ingiustamente.

Questa volta però il futuro non porta al Lanùs una generazione di Globetrotters, non c’è Guidi in mezzo al campo e il gioco non esprime qualità. Anzi, piove sul bagnato: la squadra subisce anche la retrocessione in terza divisione. E l’Ingiustizia non ha finito di accanirsi contro i granate. Nel 1984 la squadra si qualifica per le semifinali play-off  per la Primera Divisiòn e si prepara ad affrontare il Racing Club. L’andata viene vinta dal club di Avellaneda per due reti a zero, mentre il ritorno verrà giocato in due tranches diverse, perchè i tifosi del Lanùs faranno sospendere la gara: un gol palesemente regolare è stato annullato ai granate, e un popolo esasperato non ha retto all’ennesima ingiustizia. Ma non è finita: a cinque minuti dalla fine il punteggio aggregato di andata e ritorno è di 2-1 per il Racing. Inspiegabilmente l’arbitro fischia la fine con 5 minuti di anticipo,  togliendo qulle poche parole di bocca a dei tifosi che ne hanno viste, sentite e subite troppe.

Il Lanùs mangerà fango per anni prima di tornare al banchetto degli dei del fùtbol: le maglie granate si rivedranno in alto solo nel 1992. Ma il vento sembra voler cambiare: l’anno del ritorno in Primera Divisiòn è anche quello della prima qualificazione in un trofeo internazionale, infatti il club disputerà la Copa CONMEBOL. Nel 1995 prende la guida del club Hèctor Cuper, tecnico che farà molta strada anche in Europa, e porterà il Lanùs fino al terzo posto. Nel giro di un anno, la magia. Il primo scorcio di Giustizia dopo anni di lacrime insensate tra le generazioni di granate. Il Lanùs vince la Copa CONMEBOL. La vittoria contro l’Independiente de Santa Fe cancella le laceranti delusioni e le terribili ingiustizie subite da questo popolo, per una notte solo gioia, solo ciò che a questa gente SPETTA.

La montagna è stata abbattuta: il Lanùs ha vinto il primo titolo della sua storia, che per di più è un titolo internazionale, ma non basta. Il debito con la giustizia non è stato saldato. E’ la squadra della città che ha dato i natali a Diego, ma non ha mai potuto vestire il Pibe di granate, sembra che a questa squadra debba andare per forza male qualcosa. Si è vista spedire in seconda divisione con circostanze che oggi farebbero rabbrividere ogni calciofilo, si è vista portar via il primo titolo dagli infortuni e dal River probabilmente più forte della storia: questa squadra merita il titolo Argentino. Arriverà nel 2007, e sarà una festa incredibile per il popolo granate, che con quel torneo Inicial getta un carico da novanta sulla bilancia dei crediti che la sorte gli doveva. In campo Valeri, Sand, Blanco, Pelletieri, fuori dal campo tutti i cuori granate.

Ora il  Lanùs vive un periodo splendente della propria storia: nel 2013, sotto la guida del Mellizo Guillermo Barros Schelotto, è riuscito a vincere la Copa Sudamericana e nel Torneo Inicial ha raggiunto il secondo posto, e oggi si impone come concorrente alla vetta del Campionato Argentino e alla vittoria  delle coppe, mentre i tempi delle ingiustizie sembrano ormai passati.

Dopotutto, questo è il paese di Chè Guevara.

Dopotutto, questo è il paese del fùtbol.

Una penna sempre calda e pungente, che crede nel Calcio, e ne fa ragione di vita.