Tre settimane per riprendersi la scena: Angel Correa è tornato.

Immagine da www1.skysports.com. Tutti i diritti riservati ai legittimi proprietari.

Manca meno di una settimana all’inizio del Sudamericano Sub20 in Uruguay, e, come di consueto, i giovani talenti cercheranno di mettersi in mostra e farsi notare dai top club europei: infatti, la ricerca di una chance nel Vecchio Continente sarà il motore che spingeràn ogni ragazzo a dare il massimo nel torneo.

Paradossalmente, però, tra i tanti nomi nelle liste delle dieci Nazionali partecipanti, c’è un giocatore che non ha la necessità di essere notato da una grande squadra, e nonostante ciò sarà con grande probabilità il più motivato di tutti coloro che calcheranno la terra dei Charrùa. E’ il protagonista di una storia che sul campo è ancora al primo capitolo, soltanto perchè lo Scrittore ha impiegato troppo tempo a complicare le cose fuori dal terreno di gioco. Sarà perchè l’Atletico Madrid ha puntato forte su lui, sarà perchè a diciannove anni è riuscito a dribblare, tra un difensore e l’altro, anche un tumore al cuore, sarà perchè quando un diez fa faville l’Argentina intera trattiene il respiro, ma Angel Correa tornerà in campo nel Sudamericano Sub-20 e tutti gli occhi saranno puntati su di lui.

La storia del giovane trequartista argentino inizia all’età di dodici anni, quando entra a far parte del settore giovanile del San Lorenzo de Almagro. Il ragazzino dimostra fin da subito di saperci fare e all’età di diciassette anni il suo nome è già balzato oltre oceano: si fa avanti il Benfica, che gli offre il suo primo contratto da professionista, oltre alla gloriosa maglia delle Aguias. A Boedo però si sono accorti che uno come il giovane Angel non passa proprio tutti i giorni, e lo aggregano alla rosa del Ciclòn facendogli firmare un contratto di quattro anni.

Nel Torneo Final 2013 il tecnico del San Lorenzo, Juan Antonio Pizzi, decide di far debuttare Correa contro il Newells Old Boys, per poi inserirlo sempre più nel vivo della squadra, fino all’affermazione da titolare nell’anno del Torneo Inicial 2013. Dopo le undici presenze impreziosite da quattro reti nel Final, il trequartista rosarino ha l’occasione di dimostrare il proprio valore e di imporsi definitivamente a livello nazionale: la squadra, trascinata dai gol di Ignacio Piatti, gioca un Torneo Inicial di grande qualità e si aggiudica il titolo. Correa è la stella della squadra: a diciotto anni impone uno strapotere tecnico accompagnato dall’estro di un grande trequartista. Quasi imprendibile palla al piede, sfoggia doti atletiche invidiabili come una capacità di cambiare passo mortifera per le difese. Tecnicamente straripante, non manca di personalità nel cercare dribbling audaci e giocate preziose, come la veronica con cui ha messo fuori gioco due difensori al prezzo di uno per poi freddare il portiere con un gran tiro contro il River Plate. La palla si incolla al piede quando danza in un fazzoletto, circondato dai difensori, oppure quando mette a ferro e fuoco le difese in progressione, saltando gli avversari come dei birilli. Destro naturale, sa inquadrare la porta sia da vicino che da lontano, con tocchi di precisone oppure con stoccate di potenza come contro il Boca Juniors, su assist di Julio Buffarini, in una Bombonera dominata. Idolo del Nuevo Gasòmetro e obiettivo dei top club europei, Angel è una bomba a orologeria che può diventare un campione da un momento all’altro.

Dopo il titolo nazionale, Correa e compagni preparano l’assalto alla Copa Libertadores, dimostrandosi abbondantemente all’altezza degli altri grandi club Sudamericani: negli ottavi di finale contro il Gremio passano per un gol dello stesso talento di Rosario, che nel frattempo si guadagna l’apodo di Joya,ai quarti prevalgono sul Cruzeiro strappando in biglietto per le semifinali.

Intanto, come detto, in Europa il talento del ragazzo del Ciclòn non è certo passato inosservato, e un club in particolare decide che ulteriori attese sarebbero superflue, e decide di entrare in azione: l’Atletico Madrid acquista Angel Correa per circa sette milioni di euro. Il San Lorenzo, però, con la consapevolezza di non poter trattenere un simile talento in Sudamerica, strappa ai Colchoneros il diritto di poter schierare la Joya nelle semifinali di Copa Libertadores e in un’eventuale finale. Una volta raggiunto l’accordo totale, il ragazzo vola in Spagna per svolgere le visite mediche e firmare con il nuovo club. Sembrano pratiche di routine, ma in questo caso le visite di rito sono accompagnate da una diagnosi terribile e inaspettata: tumore al cuore. Una notizia che taglierebbe le gambe a chiunque, anche a chi è abituato a schivare ogni colpo dei difensori con precisione e velocità come lui.

Il responso dei medici da un lato fa tirare un sospiro di sollievo al ragazzo, ma dall’altro lascia una pesante incognita: la vita di Angel non dovrebbe essere in pericolo, ma la sua carriera rischia di essere compromessa. Correa viene curato in una clinica di New York, dove è sottoposto a un intervento di micro-chirurgia cardiaca, e nel giro di pochi mesi, ottiene la risposta che aspettava e desiderava: potrà continuare a giocare a calcio. L’Atletico firma un nuovo accordo con il San Lorenzo, che nel frattempo ha alzato al cielo la Copa Libertadores, per 5.6 milioni di euro.

Dopo diversi mesi di inattività dovuta alle cure, il CT della Nazionale Argentina Under 20 Humberto Grondona ha deciso di inserire Correa nella lista dei convocati per il Sudamericano in Uruguay. Angel è finalmente tornato dopo il brutto spavento, e la competizione urugaya è l’occasione per riprendersi i riflettori che la sfortuna gli aveva portato via nel pieno del suo momento migliore. Sicuramente la forma fisica non sarà delle migliori, ma rientrare in campo vestendo l’Albiceleste sarà una motivazione che un giocatore come il rosarino non potrà farsi scapparre.

Angel Correa è tornato, dove eravamo rimasti?

Annunci

Viva el fùtbol – Il Santo, il Papa e le facce sporche: la Gloriosa storia del San Lorenzo de Almagro

Immagine da efemerides-deportivas.blogspot.com. Tutti i diritti riservati ai legittimi proprietari

Nei primi anni del Novecento, a Buenos Aires, il fùtbol si giocava, si viveva e si respirava per le strade: i ragazzini si riunivano in squadre di quartiere e sfidavano quelli delle zone vicine. In particolare, ad Almagro, un gruppo di ragazzi che si facevano chiamare “los Forzozos de Almagro“, giocavano le loro partite lungo Calle Mèxico e le altre strade vicine. Con il passare del tempo, però, le strade di Buenos Aires diventavano sempre più trafficate da bus e tram e di conseguenza non erano il più sicuro dei campi da calcio: infatti, quando un giovane calciatore rimase ferito in un incidente con un tram durante un incontro, padre Lorenzo Massa, prete cattolico del quartiere, decise di concedere ai ragazzi il cortile dell’oratorio per giocare a pallone, strappando loro in cambio la promessa di non mancare a messa la domenica. Da questa piccolo patto tra i ragazzi di Almagro e il prete di Calle Mèxico avrà origine una delle squadre più forti della storia del fùtbol argentino, che vincerà 15 volte il campionato argentino, entrerà nell’olimpo dei cinco grandes con Boca, River, Racing e Independiente, e spingerà il proprio prestigio su scala Sudamericana e mondiale.

Il primo aprile del 1908 si tiene ad Almagro un’assemblea d’eccezione: l’obiettivo è quello di fondare un club di fùtbol sulle fondamenta dei Forzosos de Almagro e del patto con padre Massa. La squadra viene fondata, ma il sodalizio ha bisogno di un nome: l’apodo di forzozos non fa impazzire il prelato, quindi viene proposto il nome di San Lorenzo, in onore di Massa, che rifiuta un tale omaggio, ma viene convinto ad accettarlo come nome della squadra in onore del santo patrono e della Battaglia di San Lorenzo, combattuta durante le guerre di indipendenza ispano-americana, anche se la storia ricorderà prevalentemente il prete cattolico. In più viene aggiunto il nome del quartiere di provenienza della maggior parte dei giocatori: nasce così il Club Atlètico San Lorenzo de Almagro.

Il club muove i primi passi nel mondo del calcio a livello dilettante, fino al 1914, quando entra a far parte della Asociaciòn Argentina de Football e disputa, vincendo, il campionato di seconda divisione, ottenendo la promozione nella massima serie del calcio Argentino.  Nel 1916 viene inaugurato lo stadio del club: El Gasòmetro, che finalmente costituirà la casa dei Cuervos, costretti fino ad allora a utilizzare il campo del Club Martinez per le partite casalinghe. Il decennio successivo, però, è quello del decollo: gli azulgrana vincono il titolo nazionale nel 1923, 1924 e 1927, oltre alla Copa Aldao nel 1923 e 1927, contro la squadra campione d’Uruguay. Il prestigio del San Lorenzo è tangibile in tutto il continente del fùtbol, e insieme alle altre quattro grandes, dà l’impulso alla nascita di una lega calcistica professionistica in Argentina.
Il primo titolo professionistico del San Lorenzo non tarda ad arrivare: nel 1933 il primo trionfo, che verrà replicato nel 1936.
In quegli anni nasce anche la rivalità più accesa del San Lorenzo, quella contro l’Huracàn, da cui deriverà l’apodo più famoso riferito al club di Almagro: El Ciclòn, perchè i cicloni sono notoriamente più forti degli uragani.
E’ in queste piccole splendide finezze che dimostrano di essere argentini.

Per il terzo titolo ci sarà da aspettare un po’ di più, ma ne varrà la pena: nel 1946 il San Lorenzo sbanca con un tris d’assi, che passerà alla storia come “El Terceto de Oro“: Rinaldo Martino, Renè Pontoni e Armando Farro. Il trio esprime un calcio spettacolare e travolgente e conduce la Gloriosa alla vittoria del campionato e, poco dopo, sbarca in Europa per un tour nella penisola iberica per confrontarsi contro i campioni di Spagna e Portogallo: il San Lorenzo del Terceto vince agevolmente contro l’Atletico Aviaciòn (oggi Atletico Madrid) per 4 reti a 1 e perde 4-2 con il Real Madrid il giorno di Natale. Prima di spostarsi in Portogallo El Ciclòn sconfiggerà due volte la selezione Spagnola e collezionerà due pareggi contro Valencia e Deportivo La Coruna. In terra lusitana arriveranno due larghe vittorie contro Porto e Selezione Portoghese, prima di chiudere l’esperienza europea con un pirotecnico 5-5 in casa del Siviglia. Il Tercero de Oro tornerà in Argentina con 34 reti segnate in dieci gare, 17 di Martino, 12 di Pontoni e 5 di Farro. La stampa spagnola non risparmierà le lodi, definendo il San Lorenzo “la miglior squadra al mondo“. Se l’obiettivo fosse stato quello di dimostrare all’Europa che il calcio in Sudamerica non era soltanto un passatempo portato dai coloni, direi che è stato raggiunto con successo.

Dopo aver gioito grazie a un trio di fenomeni, i tifosi dei Cuervos dovranno aspettare una dozzina d’anni per innamorarsi di nuovo. Nel 1959 il San Lorenzo vince la Primera Divisiòn grazie ai gol di un attaccante leggendario: 288 gol in carriera, 209 in 265 partite e record assoluto di marcature con la maglia azulgrana: Josè Sanfilippo. El Nene, manco, manco a dirlo, sarà capocannoniere per quattro stagioni consecutive, e deterrà anche il record di reti segnate nel Clasico San Lorenzo-Huracàn. Ma l’esplosione di Sanfilippo, che giocava al Gasòmetro dal 1953, sarà solo il preludio alla fase splendente di storia che attende il club di Almagro.

All’inizio degli anni Sessanta prendono prepotentemente possesso dell’attenzione comune un gruppo di cinque ragazzini soliti giocare con la faccia sporca, l’atteggiamento sfrontato e irriverente, dentro e fuori dal campo, e l’amore di tutto il Viejo Gasòmetro: sono i carasucias, letteralmente “le facce sporche“, e anche se non riusciranno a vincere la Primera Divisiòn, scriveranno una pagina sporca ma affascinante della storia del San Lorenzo. Ecco i carasucias: El Loco Narciso Doval, attaccante da 44 gol in 116 partite. Figlio di galiziani, giocherà anche in Brasile, sia al Flamengo che al Fluminense e morirà a soli 47 anni, in una discoteca di New York. El Nano Fernando Areàn, mezzapunta da 10 gol in 45 gare. El Manco Victor Casa, attaccante sinistro con cinque reti in 72 partite; perse il braccio in un incidente ma questo non gli impedì di giocare a calcio e vincere una Copa de las Naciones nel 1964, in pieno stile carasucias. El Bambino Hector Veira, miglior marcatore della liga Nacionàl nel 1964, qualche anno più tardi tradirà El Ciclòn per giocare nell’Huracàn, ma prima farà la storia in azulgrana. Infine, El Oveja Roberto Telch, centrocampista che insieme al Bambino avrà modo di vincere molto con questi colori.

Ai carasucias sono mancate solo le vittorie, ma il Sessantotto è anno di tumulti, e il fùtbol non fa eccezione: con alcuni superstiti delle facce sporche più nuovi grandi giocatori come El Lobo Rodolfo Fischer, il San Lorenzo fa la storia: per la prima volta nella storia del calcio professionistico argentino, una squadra vince il titolo da imbattuta. 16 vittorie e 8 pareggi, El Lobo capocannoniere con 13 reti. Quella squadra non era solo elegante e talentuosa, non si limitava a sconfiggere gli avversari, li uccideva: ben presto il San Lorenzo del 1968 diventa “Los  Matadores“. L’epoca d’oro del club durerà fino al 1974, anno entro cui Fischer e compagni vinceranno 4 titoli, e stabiliranno nel 1972 un altro record: saranno la prima squadra a vincere nello stesso anno sia il  Torneo Metropolitano che il Nacionàl. L’undici di quegli anni, secondo molti, è la formazione più forte della storia del San Lorenzo.

La leggenda dei Matadores ha fatto gridare El Gasòmetro a cavallo di due decenni, ma la seconda metà degli anni Settanta decreta la fine dei fasti per El Ciclòn: il club vive un momento di grande crisi economica , dovuta a una cattiva gestione amministrativa, tanto che la dittatura dell’epoca costringe il San Lorenzo a vendere ed abbandonare la sua storia casa. Il Viejo Gasòmetro non sarà più la tana della hinchada del San Lorenzo, che dovrà giocare le partite casalinghe negli stadi dell’Atlanta, del Vèlez e addirittura degli odiati rivali dell’Huracàn. Al decino economico segue presto anche quello sul campo: nel 1981 gli azulgrana non riescono a evitare la retrocessione e dopo i record dei Matadores, il San Lorenzo iscrive il proprio nome a un primato tutt’altro che invidiabile, ovvero quello di prima delle cinco grandes del fùtbol argentino a essere retrocessa.

L’anno successivo El Ciclòn vince il campionato di seconda divisione e torna nel calcio che conta, ma per il ritorno a casa, bisognerà aspettare una decina d’anni: nel 1993 viene inaugurato il Nuevo Gasòmetro, la nuova tana del San Lorenzo, che nel 1995 torna a vincere un titolo nazionale, aggiudicandosi il Torneo Final. Sei anni dopo i Cuervos ripetono la vittoria in Clausura sotto la guida di Manuel Pellegrini, stabilendo il record di punti in campionato dall’introduzione del sistema di Apertura e Clausura. Tra i pali della squadra dell’Ingegnere Sebastian Saja, Fabricio Coloccini a capo della difesa, in mezzo i piedi di Erviti e Romagnoli e davanti Romeo. Nello stesso anno arriva anche il primo titolo internazionale della storia azulgrana: la Copa Mercosul, seguita dalla neonata Copa Sudamericana del 2002.

La squadra è tornata a vincere e ormai la crisi è lontana: il supporto dei tifosi non è mai venuto a mancare e ora anche il Nuevo Gasòmetro è diventato teatro di grandi imprese degne del Ciclòn. Nel 2007 sotto la guida tecnica dell’attaccante dell’Inter dei record Ramòn Diaz si aggiudica il Campionato di Clausura, con una squadra in cui spicca su tutti El Pocho Ezequiel Lavezzi, seconda punta decisiva nello scacchiere del suo tecnico.

Il San Lorenzo torna sul tetto d’Argentina, ma i Santi non sono gatti e cadono: scampano a una retrocessione clamorosa nel campionato di Clausura 2012 e si riorganizzano per quella che sarà l’ultima grande impresa nazionale del Ciclòn: il Torneo Inicial 2013. La dirigenza regala una nuova spina dorsale alla squadra, con Cristian Alvarez dell’Espanyol tra i pali e l’uruguagio Martin Cauteruccio come prima punta, appena arrivato dal Quilmes. Ma le perle dei Cuervos sono altre: Angel Correa, trequartista classe ’95 e Hèctor Villalba, attaccante classe ’94. Con questi talenti la squadra di Almagro ottiene la vittoria dell’Inicial 2013 e un anno dopo arriva anche la prima vittoria in Copa Libertadores, qualificandosi per il Mondiale per Club, ma purtroppo il Santo non è riuscito nell’impresa di sconfiggere l’invincibile Real Madrid in finale, e difficilmente potrà farlo in un futuro prossimo, al netto di eventuali miracoli.

El Ciclòn ha spazzato via tutti i dubbi su un possibile ritorno ai livelli di un tempo, e con le recenti vittorie ha confermato di essere ancora una potenza del fùtbol, come testimonia lo status di grande con Boca, River, Independiente e Racing.

Nel marzo del 2013 il cardinale Jorge Mario Bergoglio è stato eletto Papa. Il pontefice è da sempre tifoso del San Lorenzo, in particolare del Tercero de Oro. Nella cattolicissima Argentina, la notizia ha infiammato la hinchada del Ciclòn, ma i tifosi del Boca ironizzano con chi si vanta di tifare la squadra del Papa, perchè tanto Dio (Diego) è uno Xeneize.

Diego o meno, personalmente ritengo che, come ci dimostra il fùtbol, Dio sia Argentino.

 

Viva el fùtbol – Lanùs, vincere contro le ingiustizie del mondo.

Immagine da http://www.gettyimages.com.uk. Tutti i diritti riservati ai legittimi proprietari.

Nel favoloso e imprevedibile mondo del fùtbol argentino ogni squadra ha la sua storia, costellata di gioie e delusioni, ma per il Lanùs, questo equilibrio significa molto di più.

La storia di questo affascinante club della provincia di Buenos Aires è una parabola di vita, una continua battaglia contro gli dei avversi e contro le ingiustizie, che procede incessante dal 3 gennaio 1915, quando si decise di fondere il Lanùs United e il Club El Progreso, e di vestire tanti buoni propositi con una maglia granate.

Dopo sedici anni con risultati incostanti nella Divisiòn Intemedia, il calcio in Argentina diventa professionistico e il Lanùs continua a non brillare, e , come se non bastasse, nel 1934 l’Associazione invita caldamente svariati club a unirsi fra loro per disputare il campionato: tra questi vi sono i granate, a cui viene intimato di formare con i rivali del Talleres l’Union Talleres-Lanùs, minacciando in caso contrario la retrocessione. L’indigesto sodalizio si fa, ma dura solo un anno e il Lanùs torna presto in proprio: tra gli anni ’30 e ’40 vestono la maglia granate quelli che saranno i totem del club: Atilio Ducca, record di presenze con la maglia del Lanùs (291) e Luis Arrieta, record di reti segnate (120).

La situazione però precipita ancora: nel ’47 il Lanùs attraversa una grave crisi economica e anche i risultati ne risentono. Intanto, il destino sta tessendo una tela dalla quale non sarà facile scappare per i granate, quella dell’ingiustizia. La vicenda dell’unione con il Talleres è stata solo un piccolo assaggio, ma la la dea oscura, che ha adocchiato il Lanùs e che, come vedremo, è tutt’altro che bendata, ha in serbo una sceneggiatura ai limiti della crudeltà, che passerà alla storia come la definiciòn por el descenso de 1949.

All’epoca solo l’ultima classificata in Primera Divisiòn veniva retrocessa, e quell’anno, in fondo alla classifica, c’erano il Lanùs e l’Huracàn a pari punti. Il regolamento è chiaro: si va allo spareggio al meglio delle tre gare. La prima gara viene vinta 1-0 dall’Huracàn, ma il ritorno vede i granate stravincere per 4-1, quindi il discorso salvezza sarà rimandato all’infuocata gara del Viejo Gasòmetro. Il match è spettacolare: 3-3 mentre il secondo tempo volge al termine, ma i quemeros dell’Huracàn hanno un guizzo e al 42′ della ripresa trovano il gol del 4-3. L’arbitro però lo annulla per posizione di fuorigioco: i giocatori dell’Huracàn non ci stanno e abbandonano il terreno di gioco in anticipo. Il regolamento prevede che in caso abbandono del campo, la squadra perda la partita a tavolino, ma il tribunale dell’AFA decide per la ripetizione del match. Nonostante le proteste dei dirigenti del Lanùs, a distanza di un mese, si gioca al Monumental la gara che, salvo ulteriori equivoci, dovrebbe valere la salvezza per una delle due squadre. Ma il copione è lo stesso: 2-2 fino al 38′ della ripresa, ma l’arbitro assegna un rigore contro il Lanùs che l’Huracàn trasforma. Questa volta, però, sono i granate a non accettare la decisione del direttore di gara e abbandonano a loro volta il terreno di gioco. Ma in questo caso il regolamento in sede di tribunale viene applicato alla lettera e il Lanùs viene retrocesso in seconda divisione per la prima volta nella sua storia. L’ingiustizia è palese: molti attribuirano questa clamorosa disparità di trattamento al rapporto di amicizia che legava Juan Peròn, presidente della nazione all’epoca, e Tomàs Dacco, presidente dell’Huracàn, ma per i tifosi del Lanùs la lapidaria sentenza resta la stessa: retrocessione.

Il bacio dell’Ingiustizia brucia ancora per il Lanùs, quando si apre la stagione successiva, ma in poco tempo il valore dei granate emerge e il club si aggiudica il titolo della seconda divisione, si riconferma in Primera Division e ottiene uno storico quinto posto. La stagione successiva, però, sarà spettacolo: il Lanùs schiera una squadra intelligente, sorretta dalla leggenda Juan Hèctor Guidi, che in mezzo al campo dirigerà uno degli undici magici della storia del club: los Globetrotters. L’omaggio ai virtuosi giullari della palla a spicchi si esprime in un gioco di qualità che porta i granate a in cima alla classifica alla fine della prima parte della stagione, ma la squadra titolare è martoriata dagli infortuni e il solo Dante Lugo, goleador del club, riuscirà a giocare tutte le partite. Queste continue assenze, una scarsa esperienza e un River schiaccia-sassi negheranno al Lanùs la gioia del primo titolo nazionale. Ancora una volta, qualcosa va male ai granate, ma questa volta è la più o meno giusta legge del calcio a impedire al Lanùs di gioire.

Persa la possibilità di diventare Campione d’Argentina, il Lanùs si mette alle spalle quello che, di fatto, è il miglior piazzamento della sua storia, ma non riesce a ingranare e per la regola del promedio, ovvero della media di punti ottenuti nelle ultime tre stagioni, abbandona nuovamente la Primera Divisiòn nel 1961. Instabilità è la parola chiave del Lanùs dell’epoca: dopo tre anni ottiene la promozione grazie ai due Albaniles (muratori) Silva e Acosta, attaccanti che si sono guadagnati questo apodo giocando a memoria l’uno-due, ma dopo la loro partenza il Lanùs torna in seconda divisone, per poi risalire e scendere di nuovo, restare in basso per quattro anni, risalire ancora e poi essere di nuovo retrocessi nel ’77.

Quest’ultima retrocessione brucia più delle altre due perchè per la seconda volta, dopo il “rubo” del ’49, il Lanùs non cade sotto i colpi di un avversario meritevole di vincere, ma per un vero e proprio furto: sempre al teatro degli incubi, il Viejo Gasòmetro, i granate si giocano la permaneza in Primera Divisiòn. L’avversario è il Platense. La gara termina in parità e si procede con i calci di rigore. La lotteria è equilibratissima: dopo venti rigori, dieci per parte, calciati da giocatori in movimento, è il turno dei portieri. Dal dischetto per primo va l’estremo difensore del Lanùs, che falisce. Dopo questi è il turno del portiere del Platense, ma sul dischetto si presenta Miguel Angel Juarez, attaccante , che trasforma il penalty. L’arbitro non fa una piega, il Platense vince la gara, l’AFA non risponde alle lamentele del Lanùs, rivelandosi sempre più matrigna, e i granate sono di nuovo in seconda divisione. Ingiustamente.

Questa volta però il futuro non porta al Lanùs una generazione di Globetrotters, non c’è Guidi in mezzo al campo e il gioco non esprime qualità. Anzi, piove sul bagnato: la squadra subisce anche la retrocessione in terza divisione. E l’Ingiustizia non ha finito di accanirsi contro i granate. Nel 1984 la squadra si qualifica per le semifinali play-off  per la Primera Divisiòn e si prepara ad affrontare il Racing Club. L’andata viene vinta dal club di Avellaneda per due reti a zero, mentre il ritorno verrà giocato in due tranches diverse, perchè i tifosi del Lanùs faranno sospendere la gara: un gol palesemente regolare è stato annullato ai granate, e un popolo esasperato non ha retto all’ennesima ingiustizia. Ma non è finita: a cinque minuti dalla fine il punteggio aggregato di andata e ritorno è di 2-1 per il Racing. Inspiegabilmente l’arbitro fischia la fine con 5 minuti di anticipo,  togliendo qulle poche parole di bocca a dei tifosi che ne hanno viste, sentite e subite troppe.

Il Lanùs mangerà fango per anni prima di tornare al banchetto degli dei del fùtbol: le maglie granate si rivedranno in alto solo nel 1992. Ma il vento sembra voler cambiare: l’anno del ritorno in Primera Divisiòn è anche quello della prima qualificazione in un trofeo internazionale, infatti il club disputerà la Copa CONMEBOL. Nel 1995 prende la guida del club Hèctor Cuper, tecnico che farà molta strada anche in Europa, e porterà il Lanùs fino al terzo posto. Nel giro di un anno, la magia. Il primo scorcio di Giustizia dopo anni di lacrime insensate tra le generazioni di granate. Il Lanùs vince la Copa CONMEBOL. La vittoria contro l’Independiente de Santa Fe cancella le laceranti delusioni e le terribili ingiustizie subite da questo popolo, per una notte solo gioia, solo ciò che a questa gente SPETTA.

La montagna è stata abbattuta: il Lanùs ha vinto il primo titolo della sua storia, che per di più è un titolo internazionale, ma non basta. Il debito con la giustizia non è stato saldato. E’ la squadra della città che ha dato i natali a Diego, ma non ha mai potuto vestire il Pibe di granate, sembra che a questa squadra debba andare per forza male qualcosa. Si è vista spedire in seconda divisione con circostanze che oggi farebbero rabbrividere ogni calciofilo, si è vista portar via il primo titolo dagli infortuni e dal River probabilmente più forte della storia: questa squadra merita il titolo Argentino. Arriverà nel 2007, e sarà una festa incredibile per il popolo granate, che con quel torneo Inicial getta un carico da novanta sulla bilancia dei crediti che la sorte gli doveva. In campo Valeri, Sand, Blanco, Pelletieri, fuori dal campo tutti i cuori granate.

Ora il  Lanùs vive un periodo splendente della propria storia: nel 2013, sotto la guida del Mellizo Guillermo Barros Schelotto, è riuscito a vincere la Copa Sudamericana e nel Torneo Inicial ha raggiunto il secondo posto, e oggi si impone come concorrente alla vetta del Campionato Argentino e alla vittoria  delle coppe, mentre i tempi delle ingiustizie sembrano ormai passati.

Dopotutto, questo è il paese di Chè Guevara.

Dopotutto, questo è il paese del fùtbol.

CR7-Messi-Neuer. Pallone d’Oro al calcio d’inizio.

Immagine da http://www.repubblica.it. Tutti i diritti riservati ai legittimi proprietari.

L’anno nuovo si avvicina e, come di consueto, è tempo di Pallone d’Oro. Il massimo riconoscimento individuale per i calciatori, assegnato dalla FIFA e da France Football, è sempre spunto di discussione sui massimi sistemi del calcio, tra verità inconfutabili e consuete polemiche, che hanno inizio il giorno della presentazione della famigerata Lista dei 23 e terminano dopo la sbornia mediatica del post-premiazione.

E’ dicembre, e a più di un mese dalla cerimonia di Zurigo del 12 gennaio, diamo un’occhiata ai tre candidati che si contenderanno il Pallone d’Oro FIFA 2014.

La scorsa stagione la dominazione è stata la sua vocazione: vittoria in Champions League e miglior marcatore del torneo con 17 reti, Trofeo Pichichì in Liga BBVA con 31 realizzazioni, e Pallone d’Oro della scorsa stagione. Cristiano Ronaldo ha lasciato per terra soltanto le briciole. All’età di 29 anni, il fenomeno portoghese guarda il mondo del calcio dall’apice della propria carriera, dopo aver fatto razzia di trofei, riconoscimenti e record individuali. Fisicamente al top, psicologicamente indistruttibile, un automa in allenamento e un rullo compressore in campo: oggi Cristiano Ronaldo è il miglior giocatore al mondo per distacco. Oltre alle sistematiche manifestazioni di superiorità offerte su ogni campo d’Europa, CR7 si presenterà a Zurigo con ottime argomentazioni: la Decima Champions League vinta con il Real Madrid, di cui è trascinatore assoluto e leader indiscusso, la Scarpa d’Oro che condivide con Luis Suarez e il titolo di detentore del Pallone d’Oro. Il tallone d’Achille? Sicuramente la fiacca apparizione alla guida del suo Portogallo nel Mondiale in Brasile: l’eliminazione ai gironi e la fine anticipata della spedizione lusitana sono il punto di forza dei detrattori di CR7, che arriverà a Zurigo con tutte le carte in regola per vincere il terzo Pallone d’Oro in carriera e avvicinare l’eterno rivale Messi.

Già, Lionel Messi. Non arriverà certo dalla sua stagione più vincente, ma il fuoriclasse argentino, seppure in misura minore, dimostra che lo stato di grazia non si perde facilmente. 27 anni, una carriera splendente costellata di titoli e record, ma il vento è cambiato: il suo Barcellona dei record, la squadra invincibile che sotto la guida di Pep Guardiola ha dominato per anni il calcio mondiale, ha perso la natura sovrumana e la sensazione è che dalle parti del Camp Nou si stia vivendo la caduta dell’Impero Catalano. La scorsa stagione ha visto i blaugrana perdere la Liga contro l’Atletico Madrid dei miracoli del Cholo Simeone, in un finale di campionato sul filo del rasoio, in cui tutto si è deciso nello scontro diretto dell’ultima giornata. Anche in Europa il Barça ha dovuto capitolare contro i Colchoneros, in questo caso agli ottavi di Champions. L’unica magra consolazione è la vittoria della Supercoppa di Spagna, ma a Barcellona non si respira più l’aria di una volta. Nonostante tutto, Messi ha continuato a insegnare calcio: semina Raùl e Paulino Alcantara nelle classifiche di gol segnati in Liga e con la maglia blaugrana, riserva lo stesso trattamento all’immortale Di Stefano, frantumando il suo record di gol segnati nel Clasico, e chiude la stagione al secondo posto della classifica marcatori con 28 reti, alle spalle di quello col sette sulla maglia bianca. In Brasile però si fa rispettare: insieme a Di Maria trascina l’Argentina fino alla finale Mondiale, vedendo però infrangersi il sogno di portare l’albiceleste sul tetto del mondo per la seconda volta nella storia, ed eguagliare Maradona, di cui è l’erede designato dal Pibe stesso (anche se di Diego ce n’è uno). A fine torneo vince anche il premio di miglior giocatore del torneo, forse un tantino generoso, ma che si aggiunge alla smisurata argenteria della Pulce.

E il terzo candidato? Era nello stesso stadio di Messi, la notte in cui i sogni di gloria del popolo Argentino si sono infranti. In quel Maracanà infiammato ha fatto la differenza tra i pali della squadra che ora è campione del mondo: Manuel Neuer, portiere della Nazionale tedesca e del Bayern Monaco. Si sa, se la stagione da premiare è quella di un mondiale, nel trio dei candidati (o, non di rado, al primo posto) non mancherà di certo un Campione del Mondo. Ma quanto dimostrato dal portierone classe ’86 nella competizione in Brasile è solo l’ultimo capolavoro di quello che, da qualche anno, è il miglior portiere al mondo. Dopo uno storico Triplete nella stagione 2012-13, Neuer ha difeso la porta di un Bayern Monaco padrone assoluto della Bundesliga, vincitore con sette giornate di anticipo, e ha contribuito consistentemente alla vittoria della Supercoppa Europea contro il Chelsea, parando il rigore decisivo a Lukaku. In bacheca anche la Coppa di Germania, che regala a Pep Guardiola il double nel primo anno del catalano in Germania. L’estremo difensore tedesco non manca di personalità, in campo, e ciò è risaputo, ma anche fuori, e lo ha dimostrato con questa frecciata riservata al suo avversario Ronaldo: “Sono un atleta e non il testimonial di un marchio, non sono il tipo che si mette in posa per foto in mutande. Non ho un’immagine glamour come la sua. Non mi piacciono le passerelle sul tappeto rosso, preferisco il verde del terreno di gioco”. Grande campione, grande persona, ma è l’outsider tra due giganti e farà molta fatica a imporsi, anche se nulla è scontato quando si parla di tedeschi.

Il Pallone d’Oro è senza dubbio il riconoscimento più discusso del calcio. In attesa degli orfani di Messi che protesteranno alla vittoria di CR7, degli irriducibili di Ronaldo indignati per la premiazione della Pulga, di qualche tedesco che avrebbe voluto il portiere sopra tutti, o di un mondo del calcio a bocca aperta davanti a un Pallone d’Oro stretto da un paio di guantoni, ci godiamo l’attesa che si respira nell’aria quando tre campioni del genere cercano di scalare l’Olimpo del calcio.

Dybala incanta Palermo. La favola del Pibe de la Pension è appena iniziata.

Immagine da http://www.provenquality.com. Tutti i diritti riservati ai legittimi proprietari

Se a Palermo la Serie B è un ricordo archiviato con discreto successo, è in gran parte merito del Pibe de la Pensiòn. 21 anni, punta centrale di grande dinamismo, fiuto del gol e classe: Paulo Dybala ha rubato il cuore a una città intera e sta conducendo il treno rosanero in una corsa sfrenata fatta di eurogol, sacrificio ed entusiasmo. Ma, per Paulo, la strada è stata lunga e lastricata di sofferenze. A otto anni lo vuole il Newell’s, ma su consiglio del padre rimane nei pressi della sua zona di origine, quella di Cordoba, e firma per l’Instituto. Il piccolo Paulo dimostra subito di avere qualcosa di speciale, fin dalla più tenera età, come nella migliore fiaba calcistica argentina. A quindici anni, però, per il ragazzo arriva la sofferenza più cocente, che nessun campo può dare: perde il padre e la vita si sveste della la maschera di fiaba indossata fino ad allora. Nel sangue del ragazzo, oltre che DNA polacco da parte di papà e italiano da parte di mamma, c’è il Calcio, e scorre più forte del dolore: Paulo viene mandato a vivere nella pensione dell’Instituto, cresce con la maglia della Gloria, e a 17 anni esordisce in prima squadra nella seconda divisione argentina. Sono fuochi e fiamme: Dybala segna otto volte nelle prime 12 gare da professionista e rompe diversi record, tra cui quello del più giovane goleador con la maglia albiroja, di un certo Mario Kempes. Insomma, la strada è quella del predestinato. Se ne accorgono anche alcuni fondi di investimento, che, come accade in Sud America, si avventano come falchi sulle giovani promesse emergenti: la Pencilhill Limited acquista per tre milioni e mezzo di euro i diritti econimici del Pibe de la Pension e del compagno Lopez Macri. Dybala chiude la stagione da debuttante con 38 presenze e 17 gol, quando la sua popolarità in terra argentina è all’apice. La fama della Joya non si limita al Sudamerica, ma attraversa l’Atlantico e raggiunge i taccuini degli osservatori di club europei come Inter, Benfica, Napoli, Roma e Tottenham: i nerazzurri avevano praticamente chiuso l’affare nel gennaio 2012, ma si sono chiamati fuori dalla trattativa a causa dell’intricata situazione legata al cartellino del ragazzo, che orbitava ancora tra fondi di investimento e agenti. Paulo è conteso da mezza Europa, ma nessun club se la sente di affondare il colpo a causa dell’oneroso investimento richiesto dai proprietari dei diritti. In questa situazione di stallo si insinua il Palermo, che sborsa 12 milioni di euro (salvo le polemiche sui pagamenti emersi in un secondo momento, ma questa non è la sede adatta per occuparsene), e porta in Sicilia l’attaccante ormai ex Instituto. La prima stagione rosanero della Joya ha più bassi che alti, e, nonostante gli sprazzi di bel calcio offerti, non ripaga sul campo la milionaria fiducia spesa in sede di calciomercato. Ma Dybala è il minore dei mali: la stagione termina con la retrocessione in Serie B del Palermo, sancita nel drammatico match del Franchi contro la Fiorentina, perso per una rete a zero. Paulo chiude con 27 presenze e tre reti, non male per un diciannovenne all’esordio europeo. A Palermo, però, l’imperativo diventa rialzarsi. La squadra, prima della caduta della precedente stagione, si era affermata come certezza del campionato e arrivava anche da una qualificazione ai preliminari di Europa League. Poi il dramma sportivo della retrocessione e la necessità di riportare la piazza dove merita. Nella serie cadetta i valori del Palermo emergono per distacco, nonostante le illustri cessioni di Ilicic e Miccoli, i rosanero stravincono il campionato con cinque giornate d’anticipo,  e Dybala entra nella sinfonia con 28 presenze e 5 reti. Ma la fiaba di Paulo ricomincia ora, con la stagione 2014-15: riceve fiducia totale da mister Iachini, che lo schiera prima punta in un 3-5-1-1 frizzante, supportato dal Muto Vazquez. Il Palermo mostra buon calcio e inizia a raccogliere risultati, trascinato letteralmente da questo Pibe, totalmente in stato di grazia. Da quando il Palermo ha abbandonato il purgatorio, Pablo ha abbandonato ogni inibizione e insegna calcio su ogni campo, regalando autentiche perle come quelle contro Genoa, Milan e Cesena. Il profilo è da vero fuoriclasse: 177 cm di pura agilità, sfoggia una tecnica di base notevole accompagnata da accellerazioni letali. Può fare la seconda punta, ma non a caso si sta rivelando devastante nel suo ruolo naturale: el puntero. Mancino chirurgico sotto porta o dal perimetro dell’area, coniuga potenza, precisione e quel tocco di personalità che gli consente di mettere a referto autentici capolavori. Non a caso il ct Conte, fiutata la possibilità di vestire il Pibe di azzurro, ha subito lanciato messaggi d’amore per l’attaccante di Laguna Larga, che per ora non sembrano corrisposti: Dybala aspetta l’albiceleste, la selezione del Paese dove è nato e cresciuto e che, nonostante la smisurata concorrenza, non potrà ignorare a lungo le sue sorprendenti prestazioni. Per ora Dybala ha segnato 6 reti in 13 partite, senza far rumore nè proclami, e, in silenzio, è diventato idolo della piazza, che lo ha affettuosamente ribattezzato “Picciriddu”. Paulo ha trascinato i rosanero a un meritato dodicesimo posto, quando non siamo nemmeno a Natale e l’entusiasmo è alle stelle. L’uragano Dybala non sembra aver intenzione di fermarsi, che tutto questo sia solo l’inizio?

Luis Fernando Muriel: la bomba inesplosa col DNA da fenomeno.

Luis Muriel. Immagine da http://www.echeion.it. Tutti i diritti riservati ai legittimi proprietari

Quando nel marzo del 2010 un diciottenne con la faccia da bambino decise di spalancare a forza le bocche di tutti i tifosi della Liga Postobon, e, soprattutto, del suo Deportivo Calì, segnando 5 gol in 3 partite, sicuramente c’era già chi sentiva odore di fenomeno. A torneo concluso, con il bottino di 9 reti in 11 partite, svariati assist e prestazioni fuori dal comune, il nome di Luis Fernando Muriel era già sulla bocca di tutti. E non solo in Colombia. L’Udinese, infatti, fiuta l’affare e lo porta in Italia per un milione e mezzo di dollari.

Prima punta fulminea, dallo scatto bruciante e dall’agilità sorprendente, fa della velocità la sua prima arma, abbinata a un tocco palla da vero sudamericano e a un dribbling travolgente. Letale nel contropiede, difficilmente lascia prigionieri nell’area avversaria, sia di destro che di sinistro. Figlio della Colombia, entra subito nella scuderia di giovani talenti del calcio Cafetero, che affida le proprie speranza di resurrezione a gente come Jackson Martinez, James Rodriguez e Juan Cuadrado.

I bianconeri, però, mandano subito il ragazzino a farsi le ossa al Granada, squadra satellite dei Pozzo, dove totalizza sette presenze e zero gol nella Liga Adelante, per poi tornare alla base. Ma il patron ha deciso: Luis è pronto per la Serie A. Viene prestato al Lecce, dove mostra all’Italia cos’è in grado di fare, e segna sette reti in 29 match. Col connazionale Cuadrado forma una coppia di puro talento, che però non basta per evitare la retrocessione dei salentini.

L’impatto è immediato: Luis è una promessa di qualità indiscussa, impossibile non amarlo quando parte palla al piede in campo aperto, punta l’uomo, oppure conclude a rete dopo aver saltato il portiere. Si grida al predestinato: qualche folle profeta fa il nome di Luis Nazario de Lima, noto alla storia del calcio come Ronaldo, e sotto sotto qualcosa si intravede, se non ci fosse di mezzo la natura semi-divina del Fenomeno. E il mito di Ronaldo associato a Muriel non si spegne, nonostante sia facile bruciarsi: Luis dichiara di essere, fin dalla più tenera età, tifoso dell’Inter, e del numero nove brasiliano in particolare, tanto che mentre i suoi coetanei sognavano guardando le partite di Milan e Juventus, lui seguiva le vicissitudini dei nerazzurri.

Binomio che scotta, e che, nonostante l’indiscusso talento del ragazzo di Santo Tomàs, trova riscontri negli ambiti meno graditi: all’inizio della stagione 2012-2013 Muriel si presenta al centro sportivo dell’Udinese con cinque chili di troppo, ricevendo le strigliate di mister Guidolin e il conseguente ordine di rientrare subito in condizione. Ben presto il talentino si accorge di avere in comune col Fenomeno la tendenza ad accumulare chili in fretta, ovviamente non l’ideale per un attaccante che fa dell’atleticità e dell’accellerazione i cardini del proprio gioco. Inoltre a inizio settembre si infortuna e resta fuori fino a poco prima di Natale. Al rientro però è magia: undici reti in 22 partite, spettacolo a non finire, e il ritorno di Luis sulla cresta dell’onda.

Muriel infiamma la piazza: i top club italiani ed europei sembrano in pole position per il talento colombiano, che viene coccolato da tutta Udine. La squadra vede in lui l’erede nelle gerarchie di Alexis Sanchez e vuole sognare in grande anche con Luis.

Il calcio avrà mille difetti, ma di certo non è banale, infatti la sfortuna rincara la dose: nella stagione 2013-14 perderà undici partite per infortunio e riuscirà a segnare solo 4 reti, spazzando via con vigore qualsiasi dubbio sulla sua natura umana e sull’immensa distanza da ogni sorta di campione. Gli stessi critici che inneggiavano a un Luis Nazario II ora lo hanno scaricato, gli attaccano la scomoda etichetta di meteora e lo accantonano come promessa mancata.

Stando ai fatti, non hanno neppure torto: nelle prime gare della nuova stagione il nuovo mister Stramaccioni gli dà fiducia e lo schiera spesso titolare, poi ancora la croce dei problemi fisici, che lo affligge tuttora, e le speranze del mondo del calcio che vanno scemando sulla figura di questo grande talento, che, come Ronaldo, forse ha ricevuto un fisico non adatto a supportare certe qualità.

Di Fenomeno ce n’è uno, ma in Luis Muriel scorrono sangue e talento, sotto una fragile muscolatura si cela un potenziale strepitoso, una qualità di base che il 70% degli attaccanti di Serie A non possiede, una sfortuna che probabilmente eguaglia la sua bravura e tante, tante aspettative insoddisfatte e attese vane. Ogni giorno che passa lontano dal campo le probabilità che Muriel diventi un vero top player si abbassano, ma una bomba del genere deve esplodere.

Luis non può fallire.

Parma: Nightmare Before Christmas. Qualcuno fermi la caduta.

Immagine da forza-parma.blogautore.repubblica.it. Tutti i diritti riservati ai legittimi proprietari

Forse è nel DNA di questa squadra dare più di quanto ci si aspetti, per poi precipitare tanto in basso da lasciare tutti nuovamente a bocca aperta, ma è evidente che il Parma stia smaltendo i postumi di un ennesimo anno da rivelazione. Eppure tutto sembrava lasciar prasagire a una fiaba: il rigore sbagliato da Cerci contro la Fiorentina nei minuti di recupero che spalancava ai Ducali le tanto inseguite porte dell’Europa League doveva per forza essere opera degli Dei del calcio e del loro ultimo capriccio. Poi la doccia fredda: la UEFA non concede al club di Ghirardi la licenza necessaria per disputare le coppe a causa di un ritardo nel pagamento delle imposte, e il sogno europeo sfuma.

Da quel momento il Parma ha interrotto le comunicazioni col pianeta dei vincenti. Dopo le dimissioni con revoca di Ghirardi ci si rimette a lavoro con il carico da novanta ancora sulle spalle, ma il fuoco di pochi mesi prima sembra essersi spento: l’esordio stagionale in Serie A vede i Ducali sconfitti con la neopromossa Cesena, e di lì a poco costretti a capitolare contro Milan, Roma, Udinese, Genoa, Atalanta, Sassuolo, Torino, Juve (fissando a 7-0 il record della peggior sconfitta gialloblù in Serie A) ed Empoli. A un mese da Natale, tracciando un bilancio, il Parma sta vivendo un vero e proprio incubo: ultimo posto in classifica a sei punti, rimediati nelle vittorie con il modesto Chievo e con un Inter su cui sarebbe necessario aprire un capitolo a parte.

Quali sono le cause di questo splatter made in Emilia che terrorizza i tifosi del Parma e non solo? Il primo colpevole è sicuramente il crollo di entusiasmo causato dall’esclusione dall’EL: per un anno il sogno Europeo è stato cullato dal gruppo di Donadoni e la motivazione ricevuta in cambio è stata decisiva per trasformarlo in realtà. Una volta vanificati tutti gli sforzi fatti sul campo per questioni burocratiche, i giocatori e l’ambiente hanno subito un contraccolpo letale, per il quale stanno ancora pagando le conseguenze. Inoltre, come se non bastasse, la crudele mano della sfortuna non si è certo ritratta di fronte ai gialloblù: la stella Jonathan Biabiany, colpita da aritmia cardiaca, ha dovuto abbandonare i campi per tre mesi di riposo assoluto e ancora oggi si attende il suo rientro, il pilastro Gabriel Paletta è finito addirittura sotto i ferri per un intervento alla schiena e non vede il Tardini da parecchio tempo. Senza contare Abdelkader Ghezzal, che, al contrario attende di essere operato (frattura al perone), e la rivelazione Coda, ai box dopo il brutto infortunio contro l’Inter. Abbiamo finito? Certo che no. Pozzi, Cassani, Mirante, De Ceglie, Bidaoui, Jorquera, Palladino e capitan Lucarelli arricchiscono il bollettino di guerra dei Ducali. L’ottimo Donadoni non può certo fare miracoli contro la pestilenza che ha colpito Collecchio, nè tantomeno è aiutato dalla condizione dei suoi arruolabili: Francesco Lodi, il sinistro fatato che ha rubato cuori a Catania, non è che un lontano parente del 10 etneo, Ishak Belfodil, dopo la deludente parentesi all’Inter, torna a Parma per stupire ma recita la parte di Belfagor e fa rimpiangere Amauri. Non resta che aggrapparsi a un Cassano che sgomita per la causa, ma non può sostenere il peso di una tale situazione solo sulle proprie spalle, a un giovane Josè Mauri, volante argentino che tende spesso a salvarsi dallo scempio, e ironicamente, a un tanto villipeso De Ceglie effettivo artefice di metà del magro bottino in punti accumulato finora dal Parma.

L’incubo pre-Natalizio dei Crociati è più che terrificante: le domeniche passano in modo frustrante per i tifosi del Parma, che ripensando a cinque o sei mesi fa trovano surreale questo scenario, e sperano che qualcuno fermi la caduta di una squadra che, sicuramente, merita di più.

Una penna sempre calda e pungente, che crede nel Calcio, e ne fa ragione di vita.