CR7-Messi-Neuer. Pallone d’Oro al calcio d’inizio.

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L’anno nuovo si avvicina e, come di consueto, è tempo di Pallone d’Oro. Il massimo riconoscimento individuale per i calciatori, assegnato dalla FIFA e da France Football, è sempre spunto di discussione sui massimi sistemi del calcio, tra verità inconfutabili e consuete polemiche, che hanno inizio il giorno della presentazione della famigerata Lista dei 23 e terminano dopo la sbornia mediatica del post-premiazione.

E’ dicembre, e a più di un mese dalla cerimonia di Zurigo del 12 gennaio, diamo un’occhiata ai tre candidati che si contenderanno il Pallone d’Oro FIFA 2014.

La scorsa stagione la dominazione è stata la sua vocazione: vittoria in Champions League e miglior marcatore del torneo con 17 reti, Trofeo Pichichì in Liga BBVA con 31 realizzazioni, e Pallone d’Oro della scorsa stagione. Cristiano Ronaldo ha lasciato per terra soltanto le briciole. All’età di 29 anni, il fenomeno portoghese guarda il mondo del calcio dall’apice della propria carriera, dopo aver fatto razzia di trofei, riconoscimenti e record individuali. Fisicamente al top, psicologicamente indistruttibile, un automa in allenamento e un rullo compressore in campo: oggi Cristiano Ronaldo è il miglior giocatore al mondo per distacco. Oltre alle sistematiche manifestazioni di superiorità offerte su ogni campo d’Europa, CR7 si presenterà a Zurigo con ottime argomentazioni: la Decima Champions League vinta con il Real Madrid, di cui è trascinatore assoluto e leader indiscusso, la Scarpa d’Oro che condivide con Luis Suarez e il titolo di detentore del Pallone d’Oro. Il tallone d’Achille? Sicuramente la fiacca apparizione alla guida del suo Portogallo nel Mondiale in Brasile: l’eliminazione ai gironi e la fine anticipata della spedizione lusitana sono il punto di forza dei detrattori di CR7, che arriverà a Zurigo con tutte le carte in regola per vincere il terzo Pallone d’Oro in carriera e avvicinare l’eterno rivale Messi.

Già, Lionel Messi. Non arriverà certo dalla sua stagione più vincente, ma il fuoriclasse argentino, seppure in misura minore, dimostra che lo stato di grazia non si perde facilmente. 27 anni, una carriera splendente costellata di titoli e record, ma il vento è cambiato: il suo Barcellona dei record, la squadra invincibile che sotto la guida di Pep Guardiola ha dominato per anni il calcio mondiale, ha perso la natura sovrumana e la sensazione è che dalle parti del Camp Nou si stia vivendo la caduta dell’Impero Catalano. La scorsa stagione ha visto i blaugrana perdere la Liga contro l’Atletico Madrid dei miracoli del Cholo Simeone, in un finale di campionato sul filo del rasoio, in cui tutto si è deciso nello scontro diretto dell’ultima giornata. Anche in Europa il Barça ha dovuto capitolare contro i Colchoneros, in questo caso agli ottavi di Champions. L’unica magra consolazione è la vittoria della Supercoppa di Spagna, ma a Barcellona non si respira più l’aria di una volta. Nonostante tutto, Messi ha continuato a insegnare calcio: semina Raùl e Paulino Alcantara nelle classifiche di gol segnati in Liga e con la maglia blaugrana, riserva lo stesso trattamento all’immortale Di Stefano, frantumando il suo record di gol segnati nel Clasico, e chiude la stagione al secondo posto della classifica marcatori con 28 reti, alle spalle di quello col sette sulla maglia bianca. In Brasile però si fa rispettare: insieme a Di Maria trascina l’Argentina fino alla finale Mondiale, vedendo però infrangersi il sogno di portare l’albiceleste sul tetto del mondo per la seconda volta nella storia, ed eguagliare Maradona, di cui è l’erede designato dal Pibe stesso (anche se di Diego ce n’è uno). A fine torneo vince anche il premio di miglior giocatore del torneo, forse un tantino generoso, ma che si aggiunge alla smisurata argenteria della Pulce.

E il terzo candidato? Era nello stesso stadio di Messi, la notte in cui i sogni di gloria del popolo Argentino si sono infranti. In quel Maracanà infiammato ha fatto la differenza tra i pali della squadra che ora è campione del mondo: Manuel Neuer, portiere della Nazionale tedesca e del Bayern Monaco. Si sa, se la stagione da premiare è quella di un mondiale, nel trio dei candidati (o, non di rado, al primo posto) non mancherà di certo un Campione del Mondo. Ma quanto dimostrato dal portierone classe ’86 nella competizione in Brasile è solo l’ultimo capolavoro di quello che, da qualche anno, è il miglior portiere al mondo. Dopo uno storico Triplete nella stagione 2012-13, Neuer ha difeso la porta di un Bayern Monaco padrone assoluto della Bundesliga, vincitore con sette giornate di anticipo, e ha contribuito consistentemente alla vittoria della Supercoppa Europea contro il Chelsea, parando il rigore decisivo a Lukaku. In bacheca anche la Coppa di Germania, che regala a Pep Guardiola il double nel primo anno del catalano in Germania. L’estremo difensore tedesco non manca di personalità, in campo, e ciò è risaputo, ma anche fuori, e lo ha dimostrato con questa frecciata riservata al suo avversario Ronaldo: “Sono un atleta e non il testimonial di un marchio, non sono il tipo che si mette in posa per foto in mutande. Non ho un’immagine glamour come la sua. Non mi piacciono le passerelle sul tappeto rosso, preferisco il verde del terreno di gioco”. Grande campione, grande persona, ma è l’outsider tra due giganti e farà molta fatica a imporsi, anche se nulla è scontato quando si parla di tedeschi.

Il Pallone d’Oro è senza dubbio il riconoscimento più discusso del calcio. In attesa degli orfani di Messi che protesteranno alla vittoria di CR7, degli irriducibili di Ronaldo indignati per la premiazione della Pulga, di qualche tedesco che avrebbe voluto il portiere sopra tutti, o di un mondo del calcio a bocca aperta davanti a un Pallone d’Oro stretto da un paio di guantoni, ci godiamo l’attesa che si respira nell’aria quando tre campioni del genere cercano di scalare l’Olimpo del calcio.

Dybala incanta Palermo. La favola del Pibe de la Pension è appena iniziata.

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Se a Palermo la Serie B è un ricordo archiviato con discreto successo, è in gran parte merito del Pibe de la Pensiòn. 21 anni, punta centrale di grande dinamismo, fiuto del gol e classe: Paulo Dybala ha rubato il cuore a una città intera e sta conducendo il treno rosanero in una corsa sfrenata fatta di eurogol, sacrificio ed entusiasmo. Ma, per Paulo, la strada è stata lunga e lastricata di sofferenze. A otto anni lo vuole il Newell’s, ma su consiglio del padre rimane nei pressi della sua zona di origine, quella di Cordoba, e firma per l’Instituto. Il piccolo Paulo dimostra subito di avere qualcosa di speciale, fin dalla più tenera età, come nella migliore fiaba calcistica argentina. A quindici anni, però, per il ragazzo arriva la sofferenza più cocente, che nessun campo può dare: perde il padre e la vita si sveste della la maschera di fiaba indossata fino ad allora. Nel sangue del ragazzo, oltre che DNA polacco da parte di papà e italiano da parte di mamma, c’è il Calcio, e scorre più forte del dolore: Paulo viene mandato a vivere nella pensione dell’Instituto, cresce con la maglia della Gloria, e a 17 anni esordisce in prima squadra nella seconda divisione argentina. Sono fuochi e fiamme: Dybala segna otto volte nelle prime 12 gare da professionista e rompe diversi record, tra cui quello del più giovane goleador con la maglia albiroja, di un certo Mario Kempes. Insomma, la strada è quella del predestinato. Se ne accorgono anche alcuni fondi di investimento, che, come accade in Sud America, si avventano come falchi sulle giovani promesse emergenti: la Pencilhill Limited acquista per tre milioni e mezzo di euro i diritti econimici del Pibe de la Pension e del compagno Lopez Macri. Dybala chiude la stagione da debuttante con 38 presenze e 17 gol, quando la sua popolarità in terra argentina è all’apice. La fama della Joya non si limita al Sudamerica, ma attraversa l’Atlantico e raggiunge i taccuini degli osservatori di club europei come Inter, Benfica, Napoli, Roma e Tottenham: i nerazzurri avevano praticamente chiuso l’affare nel gennaio 2012, ma si sono chiamati fuori dalla trattativa a causa dell’intricata situazione legata al cartellino del ragazzo, che orbitava ancora tra fondi di investimento e agenti. Paulo è conteso da mezza Europa, ma nessun club se la sente di affondare il colpo a causa dell’oneroso investimento richiesto dai proprietari dei diritti. In questa situazione di stallo si insinua il Palermo, che sborsa 12 milioni di euro (salvo le polemiche sui pagamenti emersi in un secondo momento, ma questa non è la sede adatta per occuparsene), e porta in Sicilia l’attaccante ormai ex Instituto. La prima stagione rosanero della Joya ha più bassi che alti, e, nonostante gli sprazzi di bel calcio offerti, non ripaga sul campo la milionaria fiducia spesa in sede di calciomercato. Ma Dybala è il minore dei mali: la stagione termina con la retrocessione in Serie B del Palermo, sancita nel drammatico match del Franchi contro la Fiorentina, perso per una rete a zero. Paulo chiude con 27 presenze e tre reti, non male per un diciannovenne all’esordio europeo. A Palermo, però, l’imperativo diventa rialzarsi. La squadra, prima della caduta della precedente stagione, si era affermata come certezza del campionato e arrivava anche da una qualificazione ai preliminari di Europa League. Poi il dramma sportivo della retrocessione e la necessità di riportare la piazza dove merita. Nella serie cadetta i valori del Palermo emergono per distacco, nonostante le illustri cessioni di Ilicic e Miccoli, i rosanero stravincono il campionato con cinque giornate d’anticipo,  e Dybala entra nella sinfonia con 28 presenze e 5 reti. Ma la fiaba di Paulo ricomincia ora, con la stagione 2014-15: riceve fiducia totale da mister Iachini, che lo schiera prima punta in un 3-5-1-1 frizzante, supportato dal Muto Vazquez. Il Palermo mostra buon calcio e inizia a raccogliere risultati, trascinato letteralmente da questo Pibe, totalmente in stato di grazia. Da quando il Palermo ha abbandonato il purgatorio, Pablo ha abbandonato ogni inibizione e insegna calcio su ogni campo, regalando autentiche perle come quelle contro Genoa, Milan e Cesena. Il profilo è da vero fuoriclasse: 177 cm di pura agilità, sfoggia una tecnica di base notevole accompagnata da accellerazioni letali. Può fare la seconda punta, ma non a caso si sta rivelando devastante nel suo ruolo naturale: el puntero. Mancino chirurgico sotto porta o dal perimetro dell’area, coniuga potenza, precisione e quel tocco di personalità che gli consente di mettere a referto autentici capolavori. Non a caso il ct Conte, fiutata la possibilità di vestire il Pibe di azzurro, ha subito lanciato messaggi d’amore per l’attaccante di Laguna Larga, che per ora non sembrano corrisposti: Dybala aspetta l’albiceleste, la selezione del Paese dove è nato e cresciuto e che, nonostante la smisurata concorrenza, non potrà ignorare a lungo le sue sorprendenti prestazioni. Per ora Dybala ha segnato 6 reti in 13 partite, senza far rumore nè proclami, e, in silenzio, è diventato idolo della piazza, che lo ha affettuosamente ribattezzato “Picciriddu”. Paulo ha trascinato i rosanero a un meritato dodicesimo posto, quando non siamo nemmeno a Natale e l’entusiasmo è alle stelle. L’uragano Dybala non sembra aver intenzione di fermarsi, che tutto questo sia solo l’inizio?

Luis Fernando Muriel: la bomba inesplosa col DNA da fenomeno.

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Quando nel marzo del 2010 un diciottenne con la faccia da bambino decise di spalancare a forza le bocche di tutti i tifosi della Liga Postobon, e, soprattutto, del suo Deportivo Calì, segnando 5 gol in 3 partite, sicuramente c’era già chi sentiva odore di fenomeno. A torneo concluso, con il bottino di 9 reti in 11 partite, svariati assist e prestazioni fuori dal comune, il nome di Luis Fernando Muriel era già sulla bocca di tutti. E non solo in Colombia. L’Udinese, infatti, fiuta l’affare e lo porta in Italia per un milione e mezzo di dollari.

Prima punta fulminea, dallo scatto bruciante e dall’agilità sorprendente, fa della velocità la sua prima arma, abbinata a un tocco palla da vero sudamericano e a un dribbling travolgente. Letale nel contropiede, difficilmente lascia prigionieri nell’area avversaria, sia di destro che di sinistro. Figlio della Colombia, entra subito nella scuderia di giovani talenti del calcio Cafetero, che affida le proprie speranza di resurrezione a gente come Jackson Martinez, James Rodriguez e Juan Cuadrado.

I bianconeri, però, mandano subito il ragazzino a farsi le ossa al Granada, squadra satellite dei Pozzo, dove totalizza sette presenze e zero gol nella Liga Adelante, per poi tornare alla base. Ma il patron ha deciso: Luis è pronto per la Serie A. Viene prestato al Lecce, dove mostra all’Italia cos’è in grado di fare, e segna sette reti in 29 match. Col connazionale Cuadrado forma una coppia di puro talento, che però non basta per evitare la retrocessione dei salentini.

L’impatto è immediato: Luis è una promessa di qualità indiscussa, impossibile non amarlo quando parte palla al piede in campo aperto, punta l’uomo, oppure conclude a rete dopo aver saltato il portiere. Si grida al predestinato: qualche folle profeta fa il nome di Luis Nazario de Lima, noto alla storia del calcio come Ronaldo, e sotto sotto qualcosa si intravede, se non ci fosse di mezzo la natura semi-divina del Fenomeno. E il mito di Ronaldo associato a Muriel non si spegne, nonostante sia facile bruciarsi: Luis dichiara di essere, fin dalla più tenera età, tifoso dell’Inter, e del numero nove brasiliano in particolare, tanto che mentre i suoi coetanei sognavano guardando le partite di Milan e Juventus, lui seguiva le vicissitudini dei nerazzurri.

Binomio che scotta, e che, nonostante l’indiscusso talento del ragazzo di Santo Tomàs, trova riscontri negli ambiti meno graditi: all’inizio della stagione 2012-2013 Muriel si presenta al centro sportivo dell’Udinese con cinque chili di troppo, ricevendo le strigliate di mister Guidolin e il conseguente ordine di rientrare subito in condizione. Ben presto il talentino si accorge di avere in comune col Fenomeno la tendenza ad accumulare chili in fretta, ovviamente non l’ideale per un attaccante che fa dell’atleticità e dell’accellerazione i cardini del proprio gioco. Inoltre a inizio settembre si infortuna e resta fuori fino a poco prima di Natale. Al rientro però è magia: undici reti in 22 partite, spettacolo a non finire, e il ritorno di Luis sulla cresta dell’onda.

Muriel infiamma la piazza: i top club italiani ed europei sembrano in pole position per il talento colombiano, che viene coccolato da tutta Udine. La squadra vede in lui l’erede nelle gerarchie di Alexis Sanchez e vuole sognare in grande anche con Luis.

Il calcio avrà mille difetti, ma di certo non è banale, infatti la sfortuna rincara la dose: nella stagione 2013-14 perderà undici partite per infortunio e riuscirà a segnare solo 4 reti, spazzando via con vigore qualsiasi dubbio sulla sua natura umana e sull’immensa distanza da ogni sorta di campione. Gli stessi critici che inneggiavano a un Luis Nazario II ora lo hanno scaricato, gli attaccano la scomoda etichetta di meteora e lo accantonano come promessa mancata.

Stando ai fatti, non hanno neppure torto: nelle prime gare della nuova stagione il nuovo mister Stramaccioni gli dà fiducia e lo schiera spesso titolare, poi ancora la croce dei problemi fisici, che lo affligge tuttora, e le speranze del mondo del calcio che vanno scemando sulla figura di questo grande talento, che, come Ronaldo, forse ha ricevuto un fisico non adatto a supportare certe qualità.

Di Fenomeno ce n’è uno, ma in Luis Muriel scorrono sangue e talento, sotto una fragile muscolatura si cela un potenziale strepitoso, una qualità di base che il 70% degli attaccanti di Serie A non possiede, una sfortuna che probabilmente eguaglia la sua bravura e tante, tante aspettative insoddisfatte e attese vane. Ogni giorno che passa lontano dal campo le probabilità che Muriel diventi un vero top player si abbassano, ma una bomba del genere deve esplodere.

Luis non può fallire.

Parma: Nightmare Before Christmas. Qualcuno fermi la caduta.

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Forse è nel DNA di questa squadra dare più di quanto ci si aspetti, per poi precipitare tanto in basso da lasciare tutti nuovamente a bocca aperta, ma è evidente che il Parma stia smaltendo i postumi di un ennesimo anno da rivelazione. Eppure tutto sembrava lasciar prasagire a una fiaba: il rigore sbagliato da Cerci contro la Fiorentina nei minuti di recupero che spalancava ai Ducali le tanto inseguite porte dell’Europa League doveva per forza essere opera degli Dei del calcio e del loro ultimo capriccio. Poi la doccia fredda: la UEFA non concede al club di Ghirardi la licenza necessaria per disputare le coppe a causa di un ritardo nel pagamento delle imposte, e il sogno europeo sfuma.

Da quel momento il Parma ha interrotto le comunicazioni col pianeta dei vincenti. Dopo le dimissioni con revoca di Ghirardi ci si rimette a lavoro con il carico da novanta ancora sulle spalle, ma il fuoco di pochi mesi prima sembra essersi spento: l’esordio stagionale in Serie A vede i Ducali sconfitti con la neopromossa Cesena, e di lì a poco costretti a capitolare contro Milan, Roma, Udinese, Genoa, Atalanta, Sassuolo, Torino, Juve (fissando a 7-0 il record della peggior sconfitta gialloblù in Serie A) ed Empoli. A un mese da Natale, tracciando un bilancio, il Parma sta vivendo un vero e proprio incubo: ultimo posto in classifica a sei punti, rimediati nelle vittorie con il modesto Chievo e con un Inter su cui sarebbe necessario aprire un capitolo a parte.

Quali sono le cause di questo splatter made in Emilia che terrorizza i tifosi del Parma e non solo? Il primo colpevole è sicuramente il crollo di entusiasmo causato dall’esclusione dall’EL: per un anno il sogno Europeo è stato cullato dal gruppo di Donadoni e la motivazione ricevuta in cambio è stata decisiva per trasformarlo in realtà. Una volta vanificati tutti gli sforzi fatti sul campo per questioni burocratiche, i giocatori e l’ambiente hanno subito un contraccolpo letale, per il quale stanno ancora pagando le conseguenze. Inoltre, come se non bastasse, la crudele mano della sfortuna non si è certo ritratta di fronte ai gialloblù: la stella Jonathan Biabiany, colpita da aritmia cardiaca, ha dovuto abbandonare i campi per tre mesi di riposo assoluto e ancora oggi si attende il suo rientro, il pilastro Gabriel Paletta è finito addirittura sotto i ferri per un intervento alla schiena e non vede il Tardini da parecchio tempo. Senza contare Abdelkader Ghezzal, che, al contrario attende di essere operato (frattura al perone), e la rivelazione Coda, ai box dopo il brutto infortunio contro l’Inter. Abbiamo finito? Certo che no. Pozzi, Cassani, Mirante, De Ceglie, Bidaoui, Jorquera, Palladino e capitan Lucarelli arricchiscono il bollettino di guerra dei Ducali. L’ottimo Donadoni non può certo fare miracoli contro la pestilenza che ha colpito Collecchio, nè tantomeno è aiutato dalla condizione dei suoi arruolabili: Francesco Lodi, il sinistro fatato che ha rubato cuori a Catania, non è che un lontano parente del 10 etneo, Ishak Belfodil, dopo la deludente parentesi all’Inter, torna a Parma per stupire ma recita la parte di Belfagor e fa rimpiangere Amauri. Non resta che aggrapparsi a un Cassano che sgomita per la causa, ma non può sostenere il peso di una tale situazione solo sulle proprie spalle, a un giovane Josè Mauri, volante argentino che tende spesso a salvarsi dallo scempio, e ironicamente, a un tanto villipeso De Ceglie effettivo artefice di metà del magro bottino in punti accumulato finora dal Parma.

L’incubo pre-Natalizio dei Crociati è più che terrificante: le domeniche passano in modo frustrante per i tifosi del Parma, che ripensando a cinque o sei mesi fa trovano surreale questo scenario, e sperano che qualcuno fermi la caduta di una squadra che, sicuramente, merita di più.

E’ il Derby delle nobili decadute, ma basta nostalgia.

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E’ inutile (e impossibile) tapparsi gli occhi: il Derby di Milano versione 2014 non è nemmeno l’immagine sfocata degli epici fotogrammi che ogni milanese porta nel cuore. Non si combatte per un posto al vertice, ma si galleggia poco sopra la boa della classifica, si sgomita per non essere divorati dalle affamate provinciali o per non perdere la scia delle genovesi in fuga, dimenticando totalmente che ad altre latitudini si gioca per lo Scudetto.  Anche economicamente la situazione è differente dai tempi d’oro: il Berlusconi padrone del mercato dei top player si è appostato nelle retrovie e ha chiuso i rubinetti, mentre l’altrettanto generoso Moratti ha lasciato spazio a Thohir e al suo vizio per la stabilità. Persino le coreografie ad alcuni sono sembrate inferiori agli standard.. E poi il campo: non occorre frequentare il corso di Coverciano per rendersi conto che Ronaldo, Kakà, Ibrahimovic e Milito siano ben diversi dai buoni Zapata, Dodò, Muntari e Obi.

Ora, davanti all’evidenza è inutile fuggire, ma onestamente, che senso ha continuare a crogiolarsi in questo brodo letale di nostalgia e disfattismi? Senza soldi, campioni e trofei, il Derby non perde il suo fascino e ci regala novanta minuti assolutamente godibili, sempre sul filo del rasoio e sull’orlo dell’infarto, tra Menez che gela l’Inter e Obi che diventa re per una notte, tra El-Shaarawy e Icardi che si graziano a vicenda e si svestono dei panni da boia che la sorte aveva in serbo per loro. Anche se non si è visto calcio champagne (che, tra l’altro, in Italia latita da un po’), non ha senso perdersi nella retorica della nostalgia e nei ricordi come il Milan di Ancelotti e l’Inter di Mourinho, che non si scomoderanno certo dalla splendida vetrina della storia per compiacere la sete dei tifosi o semplicementi il vizio che la gloria passata ha instillato in loro. il calcio è ciclico e torneranno i fasti di Milano, ma nel frattempo bisogna saper resistere, quindi godiamoci questi “derby dei poveri”,  col pensiero che ognuno di essi possa essere l’ultimo lontano dalla vetta.

Una penna sempre calda e pungente, che crede nel Calcio, e ne fa ragione di vita.