E’ il Derby delle nobili decadute, ma basta nostalgia.

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E’ inutile (e impossibile) tapparsi gli occhi: il Derby di Milano versione 2014 non è nemmeno l’immagine sfocata degli epici fotogrammi che ogni milanese porta nel cuore. Non si combatte per un posto al vertice, ma si galleggia poco sopra la boa della classifica, si sgomita per non essere divorati dalle affamate provinciali o per non perdere la scia delle genovesi in fuga, dimenticando totalmente che ad altre latitudini si gioca per lo Scudetto.  Anche economicamente la situazione è differente dai tempi d’oro: il Berlusconi padrone del mercato dei top player si è appostato nelle retrovie e ha chiuso i rubinetti, mentre l’altrettanto generoso Moratti ha lasciato spazio a Thohir e al suo vizio per la stabilità. Persino le coreografie ad alcuni sono sembrate inferiori agli standard.. E poi il campo: non occorre frequentare il corso di Coverciano per rendersi conto che Ronaldo, Kakà, Ibrahimovic e Milito siano ben diversi dai buoni Zapata, Dodò, Muntari e Obi.

Ora, davanti all’evidenza è inutile fuggire, ma onestamente, che senso ha continuare a crogiolarsi in questo brodo letale di nostalgia e disfattismi? Senza soldi, campioni e trofei, il Derby non perde il suo fascino e ci regala novanta minuti assolutamente godibili, sempre sul filo del rasoio e sull’orlo dell’infarto, tra Menez che gela l’Inter e Obi che diventa re per una notte, tra El-Shaarawy e Icardi che si graziano a vicenda e si svestono dei panni da boia che la sorte aveva in serbo per loro. Anche se non si è visto calcio champagne (che, tra l’altro, in Italia latita da un po’), non ha senso perdersi nella retorica della nostalgia e nei ricordi come il Milan di Ancelotti e l’Inter di Mourinho, che non si scomoderanno certo dalla splendida vetrina della storia per compiacere la sete dei tifosi o semplicementi il vizio che la gloria passata ha instillato in loro. il calcio è ciclico e torneranno i fasti di Milano, ma nel frattempo bisogna saper resistere, quindi godiamoci questi “derby dei poveri”,  col pensiero che ognuno di essi possa essere l’ultimo lontano dalla vetta.

Una penna sempre calda e pungente, che crede nel Calcio, e ne fa ragione di vita.