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Storie da Avellaneda

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Quanto odio può intercorrere tra due punti, posti a 251 m di distanza in linea d’aria? Se l’aria è quella che sovrasta la polverosa terra di Avellaneda, a sud di Buenos Aires, e i due punti in questione si chiamano rispettivamente Estadio Juan Domingo Peròn ed Estadio Libertadores de America, sicuramente in quei 251 m non corre buon sangue.

Perchè se due squadre appartengono alla stessa città, si scontrano dando vita a match spettacolari, combattuti e sentitissimi dalle tifoserie, che si esaltano per la sconfitta altrui come se si trattasse di un proprio trionfo e viceversa, si tratta di una qualsiasi rivalità sportiva, ma se i due stadi delle due squadre si guardano, allora è il Clasico de Avellaneda

LA PRIMA VOLTA- Il primo incontro fra le due squadre viene vinto dall’Independiente, che si impone sul Racing Club per 3 reti a 2. E’ il 9 giugno del 1907, l’alba di una neonata rivalità, in un contesto calcistico ancora dilettantistico: il match, valido per la terza serie argentina, stando a ciò che ci perviene dopo più di un secolo di calcio, alla vigilia sembrava dall’esito scontato. Nella gara precedente, il Racing aveva strapazzato l’Atlanta con l’indecoroso punteggio di 20-1, e tutti gli appassionati si aspettavano una carneficina anche contro l’Independiente, che, come abbiamo visto, ha saputo disattendere i pronostici.

LA MALEDIZIONE– Il fatto che i due stadi si guardino basterebbe di per sé a far vagheggiare i romantici, ma il Clasico de Avellaneda ha una storia che va ben oltre la ogni fervida fantasia. Gli anni Sessanta si aprono con uno straordinario back-to-back dell‘Independiente: per due anni di seguito, il 1964 e il 1965, i Rojos si sono aggiudicati la Copa Libertadores, imponendosi come squadra più forte del Sudamerica. Ai trionfi nel proprio continente, i ragazzi di Avellaneda hanno provato ad aggiungere anche la Coppa Intercontinentale, ma, in entrambe le edizioni disputate, hanno dovuto capitolare con onore davanti alla Grande Inter di Helenio Herrera, l’undici più forte della storia del F.C. Internazionale Milano. Dall’altra parte di Avellaneda, intanto, si stava muovendo qualcosa: con una stagione da record, con 39 partite giocate e zero sconfitte, il Racing Club si aggiudica il titolo nazionale e si qualifica per l’edizione seguente della Copa Libertadores. Con al comando giocatori del calibro di Humberto Maschio e Juan Carlos Càrdenas, l’Academia supera agilmente il primo girone, esce indenne dal secondo e punisce in finale il Nacional di Montevideo per 2 reti a 1. La gioia dei tifosi del Racing è smisurata, e smisurata è anche la speranza di spingersi dove i rivali dell’Independiente non erano ancora arrivati: sul tetto del mondo. In Coppa dei Campioni, l’Inter è caduta in finale contro il Celtic di Jock Stein, che conquista per la prima volta nella sua storia la coppa dalle grandi orecchie: la finale di Coppa Intercontinentale sarà tra Celtic e Racing Club. Si gioca in campo neutro a Montevideo; l’andata viene vinta 1-0 dai Lisbon Lions, che al ritorno si fanno raggiungere con il punteggio di 2-1. Si va allo spareggio e vincono gli Argentini con gol di Càrdenas: il Racing Club è Campione del Mondo. Forse la fazione rossa di Avellaneda aveva già intuito che i nemici avrebbero potuto vincere il trofeo tanto ambito, e a questo proposito hanno deciso di agire: nella notte precedente allo spareggio finale, un gruppo di tifosi Rojos sono entrati nella casa del nemico, el Cilindro, e hanno seppellito sotto il manto erboso i cadaveri di sette gatti neri, con intenti malauguranti. In qualunque modo ci si ponga nei confronti di presunte dimensioni magiche, gatti neri o meno, da quella notte il Racing Club non vincerà più in Argentina fino al campionato Apertura 2001, mentre in Sudamerica riuscirà a vincere solo una Copa Interamericana e una Supercopa Sudamericana. Intanto, oltre al danno, l’Independiente ordisce anche la beffa: nel corso dei decenni successivi i Rojos si imporranno prepotentemente a livello continentale, portando il conto delle Libertadores vinte a sette, e superando i rivali anche nel numero di Coppe Intercontinentali ottenute, conquistandone due. Il Racing ha anche provato a dissotterrare le carcasse dei poveri felini, ma ne hanno rinvenuta una sola: la Maldiciòn de los siete gatos negros, com’è chiamata dalle parti di Avellaneda, è un pensiero ancora presente nella testa dei tifosi del Racing, che però recentemente si sono consolati con la vittoria del Torneo de Transiciòn 2014: che la maledizione stia volgendo finalmente al termine?

HINCHAS- Racing e Independiente sono due delle cinque grandi del calcio Argentino, insieme a Boca Juniors, River Plate e San Lorenzo: da sempre Academia e Diablos Rojos esercitano un forte fascino sulla popolazione di Buenos Aires e non solo. Ad esempio, la passione per il Racing Club sembra essere strettamente collegata con un aspetto fondamentale e altamente passionale della cultura argentina: il tango. Tra i tifosi dell’Academia troviamo infatti il più grande interprete di questo genere musicale: Carlos Gardel. Lo straordinario cantante è collegato alla storia del club anche per uno strano gioco del destino: Gardel morì in Colombia, in un incidente aereo, e, nello stesso punto dove perì la leggenda del tango, 32 anni dopo ha rischiato do precipitare anche un aereo con a bordo i giocatori del Racing. Anche altri compositori di tango come Osvaldo Pugliese, Atilio Stampone e Astor Piazzolla hanno sempre tifato per il club del Cilindro. Il tango sembrerebbe essere affare dell’Academia. Un’altra leggenda che si tramanda dalle parti dell’Avellaneda albiceleste è quella riguardante John Lennon, presunto “hincha de Racing”. Per chiarire questa affascinante storia dobbiamo tornare nella notte di Montevideo, quella della Coppa Intercontinentale. Prima del match, secondo alcuni, il leader dei Beatles sarebbe stato intervistato, e, pur ammettendo di non essere interessato al football, avrebbe detto di essere tifoso dell’avversario del Celtic nella partita di Coppa, quindi il Racing. Nel caso questa storia fosse vera, possiamo ricondurre questa simpatia Academica del musicista alla rivalità tra inglesi e scozzesi, anche se immaginare un John Lennon sfegatato tifoso del Racing è una storia che, soprattutto dalle parti del Cilindro, è troppo bella per essere rovinata con la verità. Non solo musica nel DNA Racing: anche due presidenti molto influenti della storia argentina, come Juan Domingo Peròn, a cui è stato intitolato lo stadio, e Nestor Kirchner, defunto marito dell’attuale presidentessa della Nazione, erano tifosi del club albiceleste. L’Independiente, invece, vanta tra le propria fila uno dei personaggi più amati d’Argentina: Andrès Calamaro, rocker di Buenos Aires, che gode di grandissima fama all’interno dei confini nazionali ed è noto anche in Spagna per la sua militanza nei Los Rodriguez. Il cantautore, in un video risalente a diversi anni fa, canta una sua hit con il testo modificato per ineggiare all’anno d’oro del 1983, quando i Rojos vinsero il Campionato e il Racing fu retrocesso. La fede per l’Independiente unisce il grande Andrès Calamaro con un altra leggenda argentina: Javier Zanetti. Ex capitano dell’Inter, ora vice-presidente e simbolo dei nerazzurri nel mondo, da bambino viveva ad Avelllaneda e si è unito ai colori del Rey de Copas, dove ha iniziato a giocare a calcio. Poi il Banfield, l’Inter e la leggenda. Sempre legato al culto dell’Independiente è legata un’altra leggenda, che però è stata smentita dal diretto interessato: Diego Armando Maradona, il più grande giocatore della storia del calcio, sarebbe un presunto tifoso dei Rojos. Quest’ambiguità deriverebbe dal fatto che il Pibe de Oro da ragazzo avrebbe avuto come idolo ed esempio il numero 10 dell’Independiente Ricardo Bochini. El Bocha, come veniva chiamato il leggendario condottiero dell’Era d’Oro del club, era effettivamente il giocatore preferito del giovane Diego, che però è un uomo di fede Xeneize. Non ci credete? La figlia del Barrilete Cosmico ha sposato Sergio “El Kun” Aguero, il famosissimo e dirompente attaccante del Manchester City e della Selecciòn, esploso all’Independiente. Quando il genero del Kun è diventato papà del piccolo Benjamin, nonno Diego ha anche considerato il futuro da calciatore del nipotino: “Se va all’Independiente” ride “me lo taglio”. Semplicemente Diego.

Federico Raso

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